Certi film che non si limitano a raccontare una storia, ma diventano veri e propri casi culturali. Titoli che dividono, scioccano, accendono dibattiti e finiscono per segnare intere generazioni. In Italia, negli anni Duemila, pochi film hanno avuto questo impatto quanto Melissa P., uscito nel 2005. Un’opera che ha fattp scalpore prima ancora di arrivare in sala, attirando l’attenzione dei media, l’indignazione di alcuni e la curiosità di molti. A quasi vent’anni di distanza, resta uno dei titoli più controversi e memorabili per chi all’epoca era adolescente.
Diretto da Luca Guadagnino, ben prima che conquistasse Hollywood con Chiamami col tuo nome, Melissa P. è l’adattamento del romanzo-scandalo 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa Panarello, pubblicato due anni prima. Un bestseller che aveva fatto discutere l’Italia per i suoi contenuti esplicitamente erotici, raccontati dal punto di vista di una ragazza di appena quindici anni. Il film prende le distanze da alcuni aspetti autobiografici, ma ne conserva l’anima trasgressiva e inquieta, al centro della quale c’è una protagonista alla ricerca di sé attraverso il sesso, spesso vissuto in modo freddo, compulsivo, quasi autodistruttivo.
A interpretare Melissa è una giovane Maria Valverde, attrice spagnola scelta per incarnare l’ambiguità e la vulnerabilità del personaggio. La storia segue le sue esperienze sessuali, spesso anonime o segnate da dinamiche di dominio e sottomissione, mentre intorno a lei ruotano genitori confusi, amiche superficiali, figure confuse. Tra le scene che più hanno fatto discutere al tempo: quella in cui la protagonista perde la verginità in modo brutale, quella in cui partecipa a un incontro a tre, o ancora le sequenze più silenziose e malinconiche, dove il corpo della protagonista diventa strumento di affermazione e al tempo stesso di perdita.
Il film è stato accolto con reazioni contrastanti: applaudito da alcuni per il coraggio e lo stile visivo, criticato da altri per il modo in cui rappresentava il desiderio femminile adolescenziale, in tempi in cui attorno a questi temi non c’era la stessa attenzione di adesso. Guadagnino stesso rivendicò l’intenzione di raccontare un disagio autentico, al di là del sensazionalismo. E proprio per questo Melissa P. è rimasto nella memoria collettiva: perché ha fotografato un malessere giovanile in modo diretto, spiazzante, senza filtri.
Per i millennials italiani, che all’epoca avevano l’età di Melissa o poco più, il film fu una sorta di rito di passaggio. Un titolo proibito, da vedere di nascosto, da commentare sottovoce, ma impossibile da dimenticare.
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