Capita spesso che certi film di fantascienza del passato, nati come speculazioni visionarie, finiscano per assomigliare un po’ troppo al presente. È come se registi e sceneggiatori avessero intuito, con decenni d’anticipo, la direzione che la tecnologia e la società avrebbero preso. Di recente abbiamo parlato di L’esercito delle 12 scimmie, oggi invece vogliamo addentrarci dentro a Strange Days di Kathryn Bigelow — uscito nel 1995, da una sceneggiatura di James Cameron e Jay Cocks — perché è forse uno dei casi più lampanti. All’epoca fu un insuccesso commerciale e venne considerato un film cupo, eccessivo, disturbante. Oggi, quasi trent’anni dopo, sembra invece un presagio inquietante del mondo in cui viviamo.
Ambientato negli ultimi due giorni del 1999, alla vigilia del nuovo millennio, Strange Days segue Lenny Nero, ex agente di polizia diventato trafficante di “esperienze registrate”. Il suo prodotto più richiesto è uno strumento chiamato SQUID, un’interfaccia neurale capace di catturare direttamente gli impulsi sensoriali del cervello – vista, udito, tatto, emozione – e di trasferirli su un supporto digitale. Chi lo indossa può letteralmente “vivere” un momento registrato da un’altra persona, provando sulla propria pelle tutto ciò che l’altro ha sentito. In una Los Angeles notturna e in preda al caos, Lenny finisce coinvolto in una vicenda di corruzione, violenza e omicidi, scoprendo quanto quella tecnologia, nata come intrattenimento, possa trasformarsi in un’arma di potere e manipolazione.
Riguardato oggi, il film sembra aver anticipato molte delle inquietudini che accompagnano la nostra epoca. L’idea di registrare e condividere esperienze altrui ricorda, in modo sorprendente, le attuali forme di realtà virtuale e le ricerche sulle interfacce cervello-computer, da molti ritenuta la nuova frontiera dell’evoluzione tecnologica e umana. Se nel 1995 la possibilità di rivivere ricordi e sensazioni era pura fantascienza, oggi è materia di laboratorio: dalle simulazioni immersive ai dispositivi in grado di tradurre impulsi neurali, la linea tra percezione e tecnologia si è fatta sempre più sottile. Ma il film non si limita a prevedere l’innovazione: ne denuncia anche i rischi, mostrando come il desiderio di “sentire di più” possa facilmente trasformarsi in voyeurismo, dipendenza, perdita di identità. In un mondo in cui la condivisione totale è diventata norma, la visione di Bigelow appare quasi profetica.
C’è anche un altro aspetto che rende Strange Days straordinariamente attuale: la sua riflessione sul controllo e sulla sorveglianza. Nel film, lo SQUID era nato per uso della polizia, poi finito sul mercato nero. Oggi conviviamo con dispositivi che registrano ogni movimento, voce o dato biometrico, e che possono essere utilizzati tanto per sicurezza quanto per manipolazione. Lenny Nero, nel suo oscillare tra dipendenza e redenzione, sembra un simbolo di quella umanità che cerca ancora di distinguere tra realtà e simulacro, tra memoria e intrusione. Un’intuizione, questa, figlia a sua volta della distopia immaginata da George Orwell nel suo capolavoro, 1984.
Non è un caso che Strange Days sia stato recentemente citato anche nell’ultimo romanzo di Dan Brown, L’ultimo segreto, incentrato proprio sulle connessioni tra neuroscienze e nuove tecnologie. A dimostrazione che il film di Bigelow, nato come un noir distopico di fine millennio, continua a parlarci oggi con una lucidità impressionante: un thriller sul futuro che, a ben vedere, raccontava già il nostro presente.
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