Un bel ragazzone americano, con la voce tonante e simpatica. È raggiante di gioia, Mark Andrews. E ne ha motivo, c’è da dire: il suo primo lungometraggio, Ribelle – The Brave, coprodotto da Disney e Pixar, è attualmente in testa ai box office americani (leggi la nostra recensione). Non c’è da stupirsene: la storia della giovane Merida, principessa scozzese che si oppone al fidanzamento forzato imposto da papà, il re Fergus, e mamma, la regina Elinor, ha le carte in regola per conquistare l’attenzione di grandi e piccoli spettatori.

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BestMovie ha incontrato Mark, per saperne di più su questo film (nelle sale italiane a partire dal 5 settembre 2012).

Ribelle – The Brave è il primo lungometraggio targato Pixar con un’ambientazione storica. Come mai questa scelta?
Ci sono molti motivi diversi dietro. John Lasseter (direttore creativo della Pixar e dei Walt Disney Studios, ndr) dice che, per fare un buon film, occorrono tre elementi: un protagonista forte, una storia avvincente e un mondo favoloso da raccontare. In Ribelle – The Brave ci sono tutti e tre, e la Scozia medievale, con le sue leggende, i suoi misteri e le sue atmosfere, si adattava perfettamente alla storia che volevamo raccontare. Tuttavia, né a me né a Brenda Chapman – l’altra regista del film – interessava un taglio filologico. Il film è ambientato tra il nono e il decimo secolo, ma ci siamo presi una certa libertà. Spero che nessuno sia così pignolo da sbraitare “eh no, quella cosa lì non c’era ancora nel decimo secolo!”.

Merida è un personaggio visivamente impressionante, con quella massa di capelli rossi continuamente in movimento. Com’è stato concepito?
La scelta cromatica non è casuale. I capelli rossi di Merida la dovevano connotare come parte di un clan: suo padre ha i capelli rossi e i suoi tre fratellini hanno i capelli rossi. Inoltre, i ricci sono il simbolo della sua indole ribelle: la madre cerca sempre di contenerli e Merida, invece, li porta sciolti e li fa uscire dalle cuffiette. Dal punto di vista realizzativo, posso dire senza dubbio che sono stati una delle sfide maggiori per i nostri animatori. Caratterialmente, Merida vive il dramma di ogni adolescente, quello di doversi ribellare all’autorità genitoriale. L’ambientazione storica di  Ribelle – The Brave ci ha aiutati, paradossalmente, a sottolineare come certe dinamiche familiari siano assolutamente senza tempo.

Cosa aggiunge Ribelle – The Brave rispetto agli altri lungometraggi della Pixar?
Artisticamente, ha affrontato ogni tipo di sfida. Ha portato l’animazione a superare limiti finora invalicabili. È stata dura, ma il risultato è sorprendentemente realistico. Abbiamo spinto la tecnologia al massimo delle sue potenzialità, per poter creare un mondo appassionante e visivamente ricco, nel quale lo spettatore potesse credere. Se non ci credi, non ti emozioni. Inoltre, ha una tematica nuova: Merida combatte non per vendicare qualcuno, ma per la propria libertà, per il suo diritto ad essere autonoma e responsabile delle proprie scelte. Tratta temi universali, come la ricerca di se stessi ed il passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Credi che tematiche simili si adattino bene ad un medium come un film d’animazione?
Certo! Anzi, la maggiore sfida credo sia proprio questa: dimostrare che, ormai, l’animazione non è più un genere rivolto esclusivamente ai bambini. Abbiamo avuto parecchi esempi di film maturi e trasversali per target anagrafico, eppure ancora si guarda ai film d’animazione come a prodotti destinati solo ai più piccoli. Trovo che sia ingiusto e riduttivo, e sono stato onorato di aver lavorato ad un film che, in questo senso, affronta argomenti drammatici di grande importanza, attraverso una storia che si rivolge a tutti.

(Foto Kika Press)

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