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Leggi la preview dell’intervista a Vin Diesel – in sala dal 5 settembre con Riddick –, pubblicata sul numero di settembre

Non è uno che passi inosservato, tra il fisico imponente che si porta in giro e quella voce da baritono così bassa da far vibrare i vetri. Eppure era da qualche anno che se ne erano perse le tracce; o forse, semplicemente, il Dom Toretto di Fast & Furious correva più velocemente di noi, e ci guardava ghignando dal retrovisore. Fatto sta che, dopo l’exploit autoriale di Prova a incastrarmi di Sidney Lumet, a.D. 2006, Vin Diesel si era preso una pausa dal cinema che conta, tornando sul set solo per resuscitare un franchise da lui stesso inventato (sempre Fast & Furious, ovviamente). Il sospetto che si fosse annoiato delle logiche commerciali di Hollywood, lui che da sempre è un libero pensatore, era forte, così come la paura di aver perso uno dei caratteristi più talentuosi del cinema action. Ci sbagliavamo, ovviamente: Vin Diesel è uno che ama prendersi il suo tempo per fare le cose, che preferisce impazzire dietro a una causa persa piuttosto che piegarsi alle logiche del mercato, almeno finché non è il mercato stesso a dargli ragione: Fast & Furious 4 prima, per tastare il terreno, poi la nuova esplosione con Fast Five (a detta di quasi tutti uno dei migliori action degli ultimi anni), la conferma con Fast & Furious 6, la promessa di un nuovo apice creativo con il settimo capitolo previsto per il 2014. Insomma, il giro di boa degli anni ’10 ci ha restituito il Mark Vincent (è il nome di battesimo di Vin, nel caso ve lo steste chiedendo) che conoscevamo, quello che si fa coinvolgere in mille progetti e li porta tutti a termine, quello che litiga con gli studios perché vuole fare i film come dice lui e alla fine l’ha vinta, quello per cui il progetto più importante della vita è un film sulle guerre puniche. Quello, soprattutto, che ha deciso di tornare al genere che l’ha lanciato e a cui deve buona parte della sua notorietà: la fantascienza.
E non una fantascienza qualunque, ma quella partorita dalla sua fantasia e nella quale domina la figura imponente e spaventosa di un criminale, assassino, guerriero, principe della guerra di una razza di superuomini. Di nome fa Richard B., ma tutti lo conoscono come Riddick, antieroe per eccellenza, capace nel giro di un solo film (Pitch Black, 2000) di ritagliarsi uno spazio bello grosso tra le figure più iconiche della sci-fi moderna e pure, quasi, di rovinare tutto con un sequel (The Chronicles of Riddick, 2004) pasticciato ed esagerato. Ma a Hollywood, si sa, vale la regola del tre, e così, dopo sette anni d’attesa, Riddick sta per tornare, in un film eponimo che sembra ritagliato su misura per i fan di Pitch Black che ancora non hanno digerito la pacchianeria del secondo capitolo. «Io e Vin abbiamo una regola per questa saga: i film dispari sono più piccoli e d’atmosfera, quelli pari più epici»: lo dice David Twohy, il go-to guy di Diesel per la saga di Riddick, già regista e sceneggiatore dei primi due capitoli (e responsabile, tra l’altro, delle sceneggiature di Il fuggitivo e Soldato Jane). E quindi addio alle atmosfere da space opera di The Chronicles of Riddick per tornare a set e storie più modeste come proporzioni, ma più adatte, forse, al personaggio di Riddick. […]

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