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L’ultima cosa che ci si aspetterebbe da un’intervista con Vin Diesel è vederlo sorseggiare un bicchiere di tè freddo mentre parla della sua passione per i giochi di ruolo. Lui che ha esordito nel cinema mainstream interpretando un soldato brutalmente ucciso durante lo sbarco in Normandia (esatto, era in Salvate il soldato Ryan), il cui franchise più redditizio è una saga a base di machi e macchine rombanti, lui che ha fatto del muscolo scolpito una ragione di vita, visto da vicino è un omone buono e tranquillo, che ama parlare e perdersi nei suoi racconti e nei suoi aneddoti.
E sì che il primo impatto – a causa, anche, dell’orario inclemente – è tutt’altro che rassicurante. Siamo sul set di Riddick, terzo capitolo del franchise sul mercenario dello spazio Richard B. Riddick, reduci da una soddisfacente ma massacrante giornata passata tra astronavi precipitate su pianeti alieni e laboratori dove prendono vita i peggiori incubi di qualsiasi esploratore del cosmo; è tardi, molto tardi (i tempi tecnici del set si scontrano sempre con le esigenze della stampa), e il più stanco di tutti è proprio Vin Diesel, che entra nella stanza caracollante, pantaloni della tuta oversize e canotta bianca per non tradire la sua immagine. Sorride con quel suo mezzo sorriso che assomiglia più a un ghigno, si avvicina al tavolo del catering, e sempre con la sua studiata, esasperante lentezza afferra una lattina di tè gelato e si siede. Solo allora alza lo sguardo, osserva la stanza e dichiara, con tutta la flemma del mondo: «Se siamo seduti qui è solo perché ho fatto un cameo in Fast & Furious: Tokyo Drift».

Come, scusi?
«È sette anni che aspetto di girare questo film, da quando mi obbligarono a trasformare The Chronicles of Riddick in un PG-13 sacrificandone lo spirito. Aver resuscitato Fast & Furious con quel cameo mi ha dato i mezzi economici e la libertà d’azione necessarie a creare Riddick. È surreale trovarsi qui, su questo set, dopo tutto quello che è successo».

Invece alla fine ha vinto lei?
«È nove anni che faccio pressione sugli studios per girare questo film, da prima che uscisse The Chronicles of Riddick. È liberatorio poter finalmente scrivere un’opera priva di limitazioni di censura, anche se mi rimane sempre il dubbio che forse dovrei impegnarmi un po’ di più per far soldi e prendermi meno libertà creative».

Come mai tutta questa voglia di tornare a esplorare l’universo di Riddick? Il secondo capitolo non era andato benissimo…
«Per molti motivi. Chronicles era già concepito come il primo capitolo di una trilogia, e Pitch Black stava agli altri film previsti come Lo Hobbit al Signore degli anelli. E poi io a fare queste cose mi diverto, e c’è tanta gente che si diverte con me. Anche se ammetto che Chronicles soffriva un po’ troppo per la mia ambizione».

In che senso?
«Ho esagerato, ho immaginato una space opera in stile Star Wars, con una ricca mitologia alle spalle, e non è venuto benissimo. Il fatto è: non sono io a scrivere questi film, ma il soggetto e le idee principali sono mie, quindi a volte mi faccio trascinare. Mi è sempre piaciuto creare mondi, fin da quando facevo il buttafuori».

Le due cose sono collegate?
«In un certo senso sì. Prima di cominciare con il cinema lavoravo come security in una serie di night club di New York, il che mi costringeva a stare sveglio tutta la notte ma mi lasciava le giornate libere. La mia più grande passione, al tempo, era Dungeons & Dragons: mi trovavo con gli amici e facevamo partite che duravano ore, e io ero quello che inventava tutto. Purtroppo è qualche anno che non ho modo di giocare, ma la passione mi è rimasta, e si riflette anche nel mio modo di confrontarmi con gli studios».

È solito giocare a Dungeons & Dragons con gli executives?
«No, però sono convinto che ci siano due scuole di pensiero a Hollywood. La prima è quella convinta che all’audience non freghi un ca… chiedo scusa, non dovrei dire parolacce, ma sono stanco e ancora un po’ immerso nel personaggio; va bene che non sono ancora diventato violento (ride)! Ma comunque, c’è chi la vede così e c’è chi, come me, è convinto che il pubblico presti grande attenzione ai dettagli e voglia essere coinvolto nella storia. I film di Riddick nascono così, sono un’immensa campagna di Dungeons & Dragons». […]

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