La leggenda di Robin Hood sta per tornare al cinema, ma questa volta con un volto molto diverso da quello che il pubblico ha imparato a riconoscere tra foreste, frecce e imprese cavalleresche. Robin Hood – Il prezzo del sangue, diretto da Michael Sarnoski e interpretato da Hugh Jackman, promette infatti di riportare il celebre fuorilegge inglese in una zona più cupa, violenta e poco eroica, lontana dall’immagine rassicurante del ladro gentiluomo che ruba ai ricchi per dare ai poveri.
Il film, prodotto da A24 insieme a Lyrical Media e Ryder Picture Company e distribuito in Italia da I Wonder Pictures dal 13 agosto, affianca a Jackman un cast che comprende Jodie Comer, Bill Skarsgård, Murray Bartlett e Noah Jupe. Al centro della storia c’è un Robin Hood ormai maturo, ferito dopo quella che credeva essere la sua ultima battaglia e costretto, grazie all’incontro con Sister Brigid, a fare i conti con il proprio passato. Non un eroe romantico, dunque, ma un uomo segnato dalla violenza e dalla distanza tra ciò che è stato davvero e la leggenda nata attorno al suo nome.
Una rilettura così dura sembra quasi tradire il mito, ma in realtà potrebbe riportarlo più vicino alle sue radici. Perché prima di diventare il campione degli oppressi, il ribelle dal cuore d’oro e il simbolo della giustizia popolare, Robin Hood è stato qualcosa di molto più ambiguo. Ma qual è la vera storia di Robin Hood?
Le origini del mito di Robin Hood
La prima cosa da chiarire è anche la più importante: non esiste una prova definitiva dell’esistenza di un unico Robin Hood storico. Il nome compare in forme diverse nei documenti medievali, spesso associato a uomini chiamati Robert Hood, Robin Hood o con varianti simili, ma nessuna di queste tracce permette di identificare con certezza il personaggio delle ballate con una persona realmente vissuta. La “vera storia” di Robin Hood, quindi, non è la biografia perduta di un singolo fuorilegge, ma la nascita progressiva di un mito popolare.
Le sue radici affondano nell’Inghilterra medievale, in un mondo segnato da rigide gerarchie sociali, tensioni tra autorità locali e comunità rurali, dure regole sulla proprietà e un sistema giudiziario in cui diventare outlaw significava essere letteralmente fuori dalla protezione della legge. Il fuorilegge non era soltanto un criminale nascosto nei boschi: era un uomo escluso dall’ordine legale, spesso braccato, privo di diritti e vulnerabile alla confisca dei beni.
È dentro questo immaginario che Robin Hood prende forma. Non nasce subito come nobile decaduto, né come fedele servitore di Riccardo Cuor di Leone. Le prime storie lo presentano piuttosto come uno yeoman, cioè un uomo libero di rango non aristocratico, abile con l’arco, legato a una compagnia di fuorilegge e costantemente in conflitto con figure di potere come lo Sceriffo di Nottingham, monaci, abati e rappresentanti dell’autorità.
I primi accenni: dalle ballate medievali alla tradizione orale
Prima ancora dei testi che ci sono arrivati, Robin Hood doveva già circolare nelle canzoni, nei racconti e nelle rime popolari. Uno dei primi riferimenti noti si trova nel Piers Plowman, poema allegorico di William Langland risalente alla seconda metà del Trecento, dove vengono citate le “rime di Robin Hood”. Il personaggio, insomma, era già abbastanza noto da essere riconoscibile al pubblico.
Le prime ballate conservate appartengono invece soprattutto al Quattrocento. Tra i testi più importanti ci sono Robin Hood and the Monk, Robin Hood and the Potter, Robin Hood and Guy of Gisborne e A Gest of Robyn Hode. Sono opere fondamentali perché mostrano un Robin molto diverso da quello sedimentato nell’immaginario moderno. Il tono non è sempre nobile, l’azione può essere brutale, gli avversari vengono ingannati, derubati o uccisi, e la foresta non è solo un luogo romantico di libertà, ma uno spazio instabile, pericoloso, fuori dal controllo dell’ordine costituito.
In queste storie il personaggio possiede già alcuni tratti riconoscibili: l’abilità con l’arco, il rapporto con Little John, l’ostilità verso lo Sceriffo, la vita tra i boschi e l’opposizione a un potere percepito come corrotto o oppressivo. Manca però una parte consistente del Robin Hood che conosciamo oggi. Non c’è ancora il profilo del nobile ingiustamente spodestato, non c’è sempre Sherwood come luogo dominante, non c’è una vera centralità di Lady Marian e non c’è ancora, almeno nella forma moderna, il programma morale del “rubare ai ricchi per dare ai poveri”.
Chi era davvero Robin Hood e dove nasce la leggenda
Una delle domande più frequenti riguarda il luogo d’origine del mito. L’associazione con la foresta di Sherwood e con Nottingham è diventata dominante, anche grazie alle versioni successive, ma le ballate medievali guardano anche allo Yorkshire e in particolare all’area di Barnsdale. Questo rende la geografia di Robin Hood meno netta di quanto sembri: Nottingham e il suo sceriffo sono centrali nell’immaginario, ma il cuore delle prime narrazioni non coincide sempre con la cartolina moderna di Sherwood.
Anche l’identità del protagonista resta sfuggente. Nel corso dei secoli sono stati proposti diversi candidati storici, spesso uomini accusati di reati o finiti ai margini della legge. Il problema è che “Robin Hood” potrebbe essere diventato presto non solo un nome proprio, ma una specie di etichetta narrativa applicata ai fuorilegge. In altre parole, non è da escludere che il mito abbia assorbito più figure reali, episodi di cronaca, racconti locali e fantasie popolari, fino a trasformare un nome in un archetipo.
Il Robin Hood delle origini non è un santo laico. È un ribelle, un ladro, un uomo violento, ma anche una figura capace di incarnare un desiderio collettivo di compensazione. In un mondo in cui la legge coincideva spesso con il potere dei signori, della Chiesa ricca e degli amministratori locali, immaginare un fuorilegge capace di colpire i potenti aveva una forza immediata. Non perché Robin fosse davvero un modello morale lineare, ma perché offriva al pubblico un rovesciamento simbolico: chi normalmente subiva il potere poteva finalmente vederlo umiliato.
Come si è evoluto il personaggio
La trasformazione del personaggio è stata lenta e decisiva. Con il passare dei secoli, Robin Hood perde parte della sua rudezza medievale e viene sempre più nobilitato. Da yeoman diventa aristocratico spodestato, da bandito diventa difensore degli oppressi, da protagonista di ballate violente diventa eroe romantico e patriottico. Uno dei passaggi più importanti riguarda Lady Marian. Nelle ballate medievali più antiche Marian non ha il ruolo centrale che le verrà assegnato dopo. La sua associazione con Robin Hood cresce soprattutto attraverso feste popolari, tradizioni del May Day e testi successivi, fino a diventare un elemento quasi imprescindibile del racconto. Lo stesso vale per altri aspetti oggi percepiti come naturali: l’ambientazione al tempo di Riccardo Cuor di Leone e del principe Giovanni, il conflitto tra sassoni e normanni, la nobiltà perduta di Robin e il suo nome come Robin di Locksley sono stratificazioni più tarde, rafforzate dalla letteratura moderna.
In questa evoluzione, Robin Hood diventa sempre meno disturbante e sempre più adatto a incarnare i valori del tempo che lo racconta. Per il pubblico medievale era il fuorilegge astuto che sfidava lo sceriffo. Per l’età moderna diventa un personaggio da festa popolare e teatro. Per l’Ottocento può trasformarsi in eroe nazionale, cavalleresco e romantico. Per il cinema, infine, diventa un’icona d’avventura.
Le versioni letterarie più famose
Tra i testi fondamentali della tradizione antica, A Gest of Robyn Hode occupa un posto centrale. Si tratta di una delle raccolte più importanti del ciclo medievale, capace di mettere insieme diversi episodi in una narrazione più ampia. Qui Robin appare già come un personaggio dotato di un codice, ma non ancora come l’eroe perfettamente levigato dalla cultura popolare successiva.
Un ruolo decisivo nella costruzione del Robin Hood moderno lo avrà poi Ivanhoe di Walter Scott, pubblicato nel 1819. È anche attraverso questo romanzo che il personaggio viene inserito con forza nel Medioevo di Riccardo Cuor di Leone, nel clima dei conflitti tra sassoni e normanni e nell’immagine del patriota ribelle. La letteratura ottocentesca contribuisce così a dare al mito una forma più ordinata, più nobile e più vicina al romanzo storico d’avventura.
Da quel momento in poi, Robin Hood diventa un personaggio disponibile a ogni epoca. Può essere allegoria sociale, eroe per ragazzi, ribelle politico, figura comica, guerriero romantico o uomo tormentato. La sua forza sta proprio qui: non appartiene più soltanto al Medioevo, ma al modo in cui ogni generazione decide di raccontare il rapporto tra giustizia, violenza e potere.
Robin Hood al cinema
Il cinema ha avuto un ruolo decisivo nel trasformare Robin Hood in un’icona immediatamente riconoscibile. Prima ancora delle versioni più celebri, il personaggio era già arrivato sul grande schermo con il muto Robin Hood del 1922, interpretato da Douglas Fairbanks, che contribuì a fissare l’immagine atletica e spettacolare del fuorilegge. Ma il modello destinato a restare nell’immaginario collettivo è soprattutto quello di La leggenda di Robin Hood, il film del 1938 diretto da Michael Curtiz e William Keighley, con Errol Flynn nei panni del protagonista e Olivia de Havilland in quelli di Lady Marian. È qui che Robin diventa definitivamente l’eroe elegante, brillante, coraggioso, quasi acrobatico, impegnato a combattere la tirannia del Principe Giovanni e a restituire al mito una forma avventurosa, colorata e romantica.
A rendere Robin Hood familiare anche a generazioni più giovani è poi arrivato il classico animato Disney del 1973, dove i personaggi vengono trasformati in animali antropomorfi: Robin è una volpe, Little John un orso, il Principe Giovanni un leone viziato e ridicolo. È una delle riletture più amate proprio perché addolcisce il mito senza cancellarne la struttura: il popolo oppresso dalle tasse, il potere ingordo, il fuorilegge che diventa simbolo di furbizia e generosità. In quella versione, Robin Hood smette quasi del tutto di essere una figura ambigua e diventa un eroe popolare per famiglie, leggero, musicale e malinconico quanto basta.
Negli anni Settanta, però, il cinema ha provato anche a guardare al personaggio da un’altra prospettiva. Robin e Marian, diretto da Richard Lester nel 1976, mette al centro un Robin invecchiato, interpretato da Sean Connery, accanto alla Marian di Audrey Hepburn. È una versione più crepuscolare, costruita non sull’inizio della leggenda ma sul suo tramonto, con un eroe stanco che torna dalle Crociate e ritrova un amore ormai segnato dal tempo. Un’impostazione che, per certi versi, anticipa il fascino delle riletture più mature del mito.
Il Robin Hood più popolare degli anni Novanta resta invece Robin Hood – Principe dei ladri, diretto da Kevin Reynolds nel 1991, con Kevin Costner nel ruolo di Robin di Locksley, Morgan Freeman in quello di Azeem e Alan Rickman in una delle interpretazioni più ricordate dello Sceriffo di Nottingham. Il film rilancia il personaggio come blockbuster d’avventura, più muscolare e sentimentale, accompagnato da un successo enorme anche grazie alla canzone Everything I Do (I Do It for You)di Bryan Adams. Due anni dopo, Mel Brooks ne firma la parodia Robin Hood – Un uomo in calzamaglia, con Cary Elwes, trasformando in commedia molti elementi ormai diventati cliché: l’eroe impeccabile, la banda dei compagni, il duello con lo sceriffo, il romanticismo cavalleresco.
Nel 2010 Ridley Scott ha tentato un’operazione diversa con Robin Hood, affidando il protagonista a Russell Crowe e Marian a Cate Blanchett. Non più soltanto l’eroe già formato della leggenda, ma una sorta di origin story più cupa e realistica, legata alla guerra, alla politica e alla nascita del mito. Nel 2018, invece, Robin Hood – L’origine della leggenda, con Taron Egerton e Jamie Foxx, ha cercato una strada più moderna e action, tra estetica da cinecomic, allenamenti, ribellione urbana e rilettura spettacolare del rapporto tra Robin e Little John.
Proprio per questo Robin Hood – Il prezzo del sangue sembra inserirsi in una tradizione molto lunga, ma scegliendo una direzione più radicale. Dopo il Robin luminoso di Errol Flynn, quello affettuoso della Disney, quello da blockbuster di Kevin Costner e quello più storico di Russell Crowe, il film con Hugh Jackman promette di riportare il personaggio nel territorio meno comodo delle sue origini: non l’eroe senza macchia, ma un uomo che ha costruito la propria leggenda anche attraverso la violenza.
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