Quando il cinema lo respiri sin dalla culla, la tua vita rimane in qualche modo segnata. Un destino che non si può rifiutare quello di Valentina Cervi, figlia del regista e produttore Tonino e nipote di Gino, Cervi ovviamente. La prima produzione in cui compare è Portami la luna del 1986, mentre il suo primo ruolo importante lo ottiene nel 1996 in Ritratto di Signora, a cui l’anno seguente giunge il primo ruolo da protagonista nei panni di Artemisia Gentileschi nel film Artemisia di Agnès Merlet. Recita poi per Pascal Bonitzer in Rien sur Robert e ottiene due candidature prestigiose, una ai Nastri d’Argento e l’altra per il premio Cèsar. Nel 2001 interpreta l’italiana Anna Maria Pierangeli, al fianco di James Franco, per il film tv James Dean – la storia vera. Nel 2008 lavora per Spike Lee in Miracolo a Sant’Anna e torna in Italia nel 2011 per interpretare un ruolo in Distretto di Polizia, fino ad approdare alla Salome Agrippa di True Blood.

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Tra un pink carpet e l’altro incontriamo Valentina Cervi, che ci ha raccontato come per lei sia naturale recitare in inglese e cosa avrebbe cambiato della sua Salome.

 

Interpreti un personaggio molto controverso, creato sull’ispirazione della Salome biblica e di quella di Oscar Wilde, che cosa avresti cambiato di lei, e soprattutto, condividi le sue scelte e il suo modo di agire?
Sulle sue idee politiche non posso dare la mia opinione personale. Lei è una fondamentalista, è pronta a morire per il suo credo, quindi ho abbracciato questa sentenza di morte e ho cercato di spogliarla nella mia testa da qualsiasi egocentrismo rispetto alle sue azioni. Non era una sete di potere la sua, a mio avviso, era veramente un desiderio che la legge vampira fosse rispettata al cento per cento, a costo di far morire e morire lei stessa. Forse lo avrei approfondito di più il personaggio. Nel terzo episodio si capisce un po’ di più della sua storia, ma come in tutte le serie devi far pace con l’idea che i personaggi servono anche a far mandare avanti una storia. A me piaceva molto questo mistero sulla sua figura e sulle sue macchinazioni. Avrei approfondito di più quando avviene lo sconvolgimento politico e il presidente Roman non c’è più, perché improvvisamente sembra che tutti le passino avanti.

Ho sofferto un po’ di non aver il materiale per poter raccontare tutto il suo conflitto. Anche Kristin Bauer mi diceva di aver sofferto di non aver potuto approfondire il suo personaggio nelle prime stagioni, poi quando hai la fortuna di poter partecipare a più stagioni arriva il momento in cui puoi ampliare il tuo personaggio, però ti devi anche accontentare. C’è una profondità anche nella superficie, c’è anche il narcisismo dell’attore che vuole partecipare di più, essere più presente. Poi, però, se abbracci veramente il progetto, dici “ok questo è quello che mi danno e lo sanno loro meglio di me” e quindi ti fai “usare”, cercando di dare il meglio che puoi.

 

Hai lavorato spesso in produzioni straniere e hai dichiarato che per te è più semplice recitare in inglese rispetto all’italiano. Puoi spiegarci il motivo e quali sono, secondo te, le differenze a livello recitativo fra i due idiomi?
L’inglese è una lingua più semplice, più semplice da recitare. Ad esempio, ora sto doppiando
True Blood in italiano e se devo dire “Thank you for joining me Mister Compton” in italiano, la traduzione è “Grazie per essersi presentato Signor Compton”. È tutto così pesante in italiano, è una lingua meravigliosa, ma l’inglese di per sé è una lingua più semplice. Basta pensare anche all’uso dell’inglese a livello musicale. L’inglese è una lingua che ti sta comoda in bocca, ti rilassa recitare in inglese. Questa ovviamente è una considerazione personale, perché l’ho imparata da piccola e quindi parlare in inglese per me è una cosa naturale, non ci devo pensare troppo.

La quinta stagione di True Blood sarà trasmessa in Italia da Fox a partire dal prossimo 23 ottobre.

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