Sapresti distinguere un uomo da un robot?
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Sapresti distinguere un uomo da un robot?

È una domanda che il cinema si pone spesso, e che è stata al centro di capolavori come Blade Runner, Lei e A.I. Intelligenza Artificiale. E ora torna d’attualità con l’arrivo in sala di Ex Machina e Humandroid. Ma cosa è già realtà e cosa è pura fiction?

Sapresti distinguere un uomo da un robot?

È una domanda che il cinema si pone spesso, e che è stata al centro di capolavori come Blade Runner, Lei e A.I. Intelligenza Artificiale. E ora torna d’attualità con l’arrivo in sala di Ex Machina e Humandroid. Ma cosa è già realtà e cosa è pura fiction?

Se è vero che il cinema è specchio delle paure della società – pensate solo a quanti mostri mutanti sono arrivati su grande schermo dopo lo scoppio della prima bomba atomica – forse la nostra ossessione per smartphone, tablet e smartwatch nasconde un pizzico di terrore. È dai tempi di Galatea, la statua senziente di Pigmalione, che temiamo il giorno in cui riusciremo a creare un computer realmente intelligente, indistinguibile da un essere umano; ma se prima “giocare a fare Dio” era un’ipotesi remota, gli ultimi trent’anni ci stanno mettendo di fronte a una realtà inconfutabile: il progresso tecnologico è esponenziale, i computer svolgono compiti sempre più umani, il momento della singolarità (il giorno in cui le macchine ci supereranno) si avvicina a grandi passi. E noi lo esorcizziamo sul grande schermo: solo ad aprile arrivano nelle nostre sale Ex Machina, debutto alla regia dello sceneggiatore di 28 giorni dopo Alex Garland, Humandroid di Neill Blomkamp, il prodigio sudafricano di District 9 ed Elysium, e Avengers: Age of Ultron, dove il villain non è un alieno o un supereroe, ma un’Intelligenza Artificiale (IA) impazzita. Senza dimenticare lo splendido Automata di Gabe Ibáñez, uscito il mese scorso. Quattro film apparentemente diversi, che affrontano però il tema dell’IA in modi simili.

Ex Machina e Humandroid
Il segreto della loro somiglianza sta in una considerazione molto semplice: fino a trent’anni fa, immaginare un computer in grado di riconoscere immagini, rispondere a domande, individuare un volto, era esercizio riservato ai sognatori e ai futurologi. Oggi che basta parlare nel microfono dell’iPhone per far prenotare al nostro smartphone una pizzeria, ci aggrappiamo a un’ultima speranza: per quanto avanzati possano essere, i computer non diventeranno mai senzienti. È l’idea al centro di Ex Machina, nel quale Domhnall Gleeson e Oscar Isaac sono un programmatore e il CEO di una multinazionale, che si rinchiudono in una baita per l’esperimento definitivo sull’Intelligenza Artificiale. Nathan (Isaac) ne ha infatti creata una di forma umana e molto femminile (Alicia Vikander), e vuole coinvolgere Caleb (Gleeson) in una sorta di versione dal vivo del test di Voight-Kampff, quello che smascherava gli androidi di Blade Runner e che dovrebbe servire a stabilire se ciò che abbiamo di fronte è umano oppure artificiale.
Insomma: può un robot provare emozioni, al punto da diventare indistinguibile da un uomo? È la stessa domanda che si poneva Ridley Scott nel 1982 e che risuonava in un prodotto per ragazzi come Corto circuito (1986): l’idea che l’uomo possa plasmare a sua immagine un ammasso di ferraglia è inebriante e spaventosa – e continua a esserlo, se è vero che anche lo Humandroid di Blomkamp, storia di un robot “emotivo”, la mette al centro del suo racconto. Persino Avengers: Age of Ultron, che dovrebbe parlarci di supereroi, punta i riflettori su un computer senziente; pericoloso e prepotente, certo, per necessità di copione, ma pur sempre un’IA che si è migliorata da sola e ha superato il punto di rottura, oltre il quale gli esseri umani non gli servono più.

È davvero possibile?
Forse temiamo che un giorno, di fronte all’ordine «Siri, chiama casa», l’assistente personale possa risponderci «scordatelo». O che i robot industriali di tutto il mondo possano ribellarsi in una rivolta in stile Matrix. Difficile non pensarci se anche Stephen Hawking, uno dei più importanti scienziati del mondo (quello de La teoria del tutto), firma una petizione nella quale si chiede di tenere sotto controllo gli studi sull’IA, pena «la fine della razza umana». Siamo davvero così vicini alla singolarità? Le voci sono discordanti. Secondo Ernest Davis, docente e ricercatore che si occupa di IA a New York, il successo di questi cervelli informatici «ha raggiunto un punto morto». Il suo ragionamento è semplice: “intelligenza artificiale” significa oggi insegnare a un computer a svolgere compiti che noi diamo per scontati come vedere, parlare e fare ragionamenti di buon senso. Far apprendere a un computer gli scacchi, che seguono regole precise, è facile; più difficile, invece, è sottoporgli la foto di un animale e chiedergli di identificarlo, e secondo Davis esiste una soglia oltre la quale ogni progresso diventa trascurabile, perché non si può istruire a un computer a fare tutto. Attenzione però: si può lasciare che sia lui ad apprendere da se stesso. La vera speranza per il futuro delle IA è infatti nel deep learning, ovvero “lasciare che le macchine imparino da sole”. Il deep learning non prevede solo di fornire a un’IA un’enorme mole di dati, ma lasciare che sia lei a sviluppare algoritmi originali per comprenderli, e agire di conseguenza.

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