Se cercate una scarica di adrenalina, questo sottovalutato film italiano è il thriller che fa per voi
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Se cercate una scarica di adrenalina, questo sottovalutato film italiano è il thriller che fa per voi

Pochi lo ricordano, ma rappresenta una delle più spietate riflessioni sull'illusione del controllo e sulla frenesia della nostra società

Se cercate una scarica di adrenalina, questo sottovalutato film italiano è il thriller che fa per voi

Pochi lo ricordano, ma rappresenta una delle più spietate riflessioni sull'illusione del controllo e sulla frenesia della nostra società

banner del film thriller italiano Ride

Negli ultimi vent’anni il cinema italiano ha scoperto nuovi filmmaker visionari capaci di rompere gli schemi e cimentarsi in progetti capaci di sorprendere un’industria cinematografica sempre più avversa al correre rischi. Tra questi vi sono senza dubbio Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, già registi del sorprendente film bellico intimista Mine, i quali nel 2018 hanno scritto e co-prodotto un thriller capace di ribaltare completamente la premessa portata in scena nel film con Armie Hammer appena due anni prima.

Ride, thriller dai toni distopici nonché esordio alla regia di Jacopo Rondinelli, ha rappresentato una nuova scommessa artistica del duo, il quale non ha esitato a immergerlo in un’atmosfera tra il found footage e il film sportivo, due generi che sulla carta avrebbero ben poco da condividere e che, curiosamente, ribalta fin da subito quanto visto in Mine. Se lì il protagonista era un uomo bloccato in pieno deserto e impossibilitato a muoversi, pena la sua vita, qua il focus si sposta su Kyle e Max, due atleti – interpretati rispettivamente dall’inglese Ludovic Hughes e da Lorenzo Richelmy – lanciati in una folle corsa di downhill tra i pendii montani.

I due sono rider appassionati di sport estremi che filmano i loro pericolosi stunt per fare incetta di visualizzazioni online. Una passione che permette ai due di distrarsi da altri problemi, con Max che pieno di debiti a causa del gioco d’azzardo, e Kyle biasimato da famiglia e fidanzata stanchi di vederlo rischiare la vita. Un giorno i due ricevono un messaggio dalla misteriosa organizzazione nota come Black Babylon, la quale mette in palio 250.000 dollari per correre una gara di downhill su un non meglio specificato tracciato. Una volta accettato l’accordo, i due si renderanno presto conto di essersi infilati in una vera e propria gara per la sopravvivenza con tanto di trappole e filmati, e che dovranno spingersi oltre i loro limiti per arrivare vivi al traguardo.

Ride scaraventa quindi lo spettatore in una corsa senza respiro fatta di soggettive vertiginose, movimenti frenetici e un montaggio serratissimo che amplifica la tensione. A fare la differenza è soprattutto l’utilizzo delle GoPro, elemento centrale dell’identità visiva del film, non a caso promosso con la tagline: “Il primo thriller sugli sport estremi interamente girato con telecamere GoPro”. Ogni discesa, salto o curva viene quindi vissuta in prima persona dallo spettatore insieme a Max e Kyle regalando un’esperienza sensoriale capace di restituire tutta la velocità e il caos della gara ambientata tra i boschi del Trentino.

L’uso della GoPro è solo uno dei linguaggi che Ride riesce ad amalgamare un ensemble decisamente affascinante. Rondinelli, coadiuvato dai due registi di Mine, riesce infatti a dare profondità a una storia che ad un occhio poco attento potrebbe sembrare nulla più che una sorta di simulatore in prima persona. Il film assorbe infatti estetiche e meccaniche provenienti dal mondo dei videogiochi, dei social network e dei reality show, restituendo soggettive in prima persona, checkpoint, bonus mostrati in sovraimpressione e progressione a livelli che trasformano la corsa dei protagonisti in una sorta di videogioco letale. Allo stesso tempo, però, è impossibile non cogliere l’influenza di franchise come The Hunger Games e degli young adult distopici che dominavano l’immaginario pop di quegli anni.

Tutti questi stimoli inducono lo spettatore a lasciarsi trascinare nella folle gara dei suoi protagonisti senza darsi il tempo di guardare al quadro generale e a interrogarsi sull’illusione del controllo che il film sembra voler suggerire. Proprio come nei videogiochi, Kyle e Max credono di essere padroni delle proprie scelte e di poter determinare il loro destino attraverso abilità, intuito e coraggio. Ride smonta questa convinzione pedalata dopo pedalata, rivelando come ogni decisione sia in realtà parte di un percorso già scritto e pianificato da qualcun altro. Dietro la gara si nasconde infatti un sistema che controlla ogni cosa, trasformando i rider in semplici pedine di uno spettacolo costruito a tavolino.

Insomma, l’esperienza potenzialmente letale che Kyle e Max si ritrovano ad affrontare offre una libertà decisionale e d’iniziativa soltanto apparente. Ogni ambiente, ogni ostacolo e ogni scelta sono confinate entro regole già stabilite da altri, con il film che si trasforma in un’amara riflessione sulla spettacolarizzazione di ogni aspetto della nostra vita, dove l’unica opzione possibile sembra essere continuare ad andare (in questo caso pedalare) più veloce degli altri pur di sopravvivere.

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Foto: Lucky Red

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