È bellissima. E sexy, ma in modo assolutamente involontario. Con il taglio biondo corto appena fatto e il giubbino di pelle stretto in vita sorride, ma appare molto concentrata sulle risposte. Ha 23 anni, un sorprendente premio Oscar alle spalle, una lista infinita di progetti commerciali davanti. Eppure, sembra in un certo senso estranea al successo, non restìa, piuttosto aliena. 
Jennifer Lawrence, l’antidiva per eccellenza e, anche, la persona più genuina di Hollywood a detta di tutti quelli che l’hanno intervistata, compresi noi.
Mentre la osservi capisci che ci tiene a dire ciò che pensa davvero, a non essere travisata, ed è anche circospetta sulle eventuali domande personali.
Dopo aver rotto il ghiaccio, però, inizia a rilassarsi e a parlare a macchinetta con la sua voce bassa e roca, quasi trascinandoti nel suo vortice di entusiasmo.

Sei giovanissima, eppure David O. Russell ti ha voluto nel suo American Hustle per interpretare una donna adulta…
«Interpreto Rosalyn, la moglie del personaggio di Christian Bale. Irving è un artista della truffa e l’ha sposata quando era giovanissima. La vita di coppia non le ha giovato: alza spesso il gomito ed è un po’ folle per questo lui non si fida. Lei ne è consapevole, sa che suo marito le mente in continuazione e non riesce più a discernere la verità dalle menzogne che le racconta».

In qualche modo Rosalyn assomiglia un po’ alla Tiffany de Il lato positivo, che ti ha portato all’Oscar. Sono entrambe donne imprevedibili.
«Eccome, ma sono molto diverse. A volte io e Christian improvvisavamo sui litigi della coppia. Non sempre David era soddisfatto, ma non poteva opporsi argomentando che Rosalyn non avrebbe potuto comportarsi in quel modo, perché lei è completamente pazza. Quando sono riuscita a sintonizzarmi sul suo possibile flusso di pensieri ho finalmente incontrato un personaggio fresco e divertente, come non ne avevo mai interpretati. È stato così per tutto il cast: i nostri ruoli non erano paragonabili a nessuno di quelli già affrontati nelle nostre carriere».

E il regista? È la seconda volta in pochi mesi che lavori con David O. Russell. È nato un sodalizio di ferro?
«David è come la caffeina per me, mi dà energia. Mi fa accedere in quello spazio dove nasce la creatività. Posso dire che è una delle ispirazioni della mia vita e mi fido di lui su tutto».

Sicuramente non ha nulla a che fare con Katniss, l’eroina alla quale dai volto nella saga Hunger Games. Hai qualche punto di contatto con lei?
«Ho sempre esitato a fare un paragone con lei. Mi piace pensare di essere una ragazza coraggiosa: ho affrontato a testa alta ogni sfida della mia vita perché non sono una codarda. Ma onestamente i miei ostacoli non sono minimamente equiparabili alla guerra, la distruzione, la morte e tutte le responsabilità che porta sulle spalle Katniss».

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