Di young adult con protagonisti tormentati, poteri fuori controllo e destini più grandi di loro ne abbiamo visti tanti. Alcuni sono diventati fenomeni generazionali, da Twilight a Hunger Games, altri hanno trovato nuova vita grazie alla serialità televisiva, altri ancora hanno dialogato più o meno apertamente con l’immaginario dei supereroi, da Smallville fino agli universi Marvel e DC. Perché, in fondo, il fascino è spesso lo stesso: ragazzi costretti a nascondersi, abilità speciali da imparare a dominare, minacce enormi che trasformano l’adolescenza in una guerra per la sopravvivenza. Non tutte le saghe, però, sono riuscite a sfruttare davvero il proprio potenziale. Tra quelle rimaste a metà strada c’è sicuramente Sono il Numero Quattro, adattamento cinematografico arrivato nel 2011 e pensato, almeno nelle intenzioni, come primo capitolo di un franchise molto più grande.
Il film, diretto da D.J. Caruso e prodotto da Michael Bay, portava sullo schermo il primo romanzo della saga letteraria Lorien Legacies, pubblicata da Pittacus Lore, pseudonimo dietro cui si nascondono James Frey e Jobie Hughes. Al centro della storia c’è John Smith, interpretato da Alex Pettyfer, un ragazzo apparentemente come tanti che vive cambiando continuamente identità insieme al suo guardiano Henri, volto di Timothy Olyphant. In realtà John è uno degli ultimi sopravvissuti del pianeta Lorien, distrutto dai Mogadoriani, una razza aliena intenzionata a eliminare tutti i giovani Loric rifugiati sulla Terra. La particolarità è che questi ragazzi possono essere uccisi solo seguendo un preciso ordine numerico: i primi tre sono già morti, e John è il Numero Quattro.
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La premessa aveva molti ingredienti forti. C’era il protagonista adolescente in fuga, c’erano i poteri da scoprire, c’era una mitologia aliena da espandere, c’era il romance scolastico con Sarah, interpretata da Dianna Agron, e c’era anche l’arrivo di un’altra sopravvissuta, Numero Sei, interpretata da Teresa Palmer, che apriva chiaramente la porta a un racconto corale. Sulla carta, Sono il Numero Quattro poteva essere una via di mezzo tra il teen drama soprannaturale, il cinecomic e la fantascienza d’azione. Un incrocio tra Smallville e Twilight, con qualche eco da universo supereroistico alla Marvel e alla DC.
Il problema è che il film non riuscì mai a trasformare questi elementi in qualcosa di davvero riconoscibile. La critica lo accolse in modo freddo, accusandolo soprattutto di sembrare un prodotto costruito per intercettare mode già esistenti più che per imporre una propria identità. Il paragone con Twilight era inevitabile per la componente romantica e adolescenziale, quello con Smallville per l’idea del ragazzo dotato di poteri nascosti in una cittadina americana, mentre la struttura da squadra di giovani eroi lasciava intravedere un potenziale più vicino ai fumetti supereroistici. Ma proprio questa somma di riferimenti finì per diventare uno dei suoi limiti: Sono il Numero Quattro sembrava promettere un grande universo narrativo, senza però riuscire a conquistare abbastanza pubblico e critica da giustificare subito un sequel.
Gli incassi non furono disastrosi, ma nemmeno sufficienti a far decollare il progetto come nuovo franchise cinematografico. Con un budget importante e un risultato globale dignitoso, il film rimase in quella zona grigia dei titoli che non falliscono del tutto, ma non esplodono abbastanza da convincere gli studios a investire su un secondo capitolo. Così, nonostante il finale aperto e la quantità di materiale già disponibile sulla pagina, il percorso cinematografico di Sono il Numero Quattro si fermò dopo un solo film.
Ed è qui che la storia diventa ancora più curiosa, perché sul fronte letterario la saga è invece andata molto avanti. Dopo Sono il Numero Quattro sono arrivati Il potere del numero sei, La vendetta del numero nove, La sfida del numero cinque, Il ritorno del numero sette, Il destino del numero dieci e Tutti per uno, costruendo un arco narrativo molto più ampio di quello appena abbozzato dal film. I libri espandono il gruppo dei sopravvissuti di Lorien, introducono nuovi personaggi, nuovi poteri e alleanze sempre più complesse, spostando progressivamente la storia dal racconto di formazione individuale a una vera guerra tra mondi.
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Uno dei punti di forza della saga è proprio la sua struttura corale. Ogni giovane Loric possiede abilità differenti, i cosiddetti Legacies, e il fascino del racconto sta anche nello scoprire come questi poteri emergano, come vengano controllati e come cambino gli equilibri tra i personaggi. La mitologia si allarga romanzo dopo romanzo, alternando fughe, tradimenti, battaglie, colpi di scena e rivelazioni sul passato di Lorien. È un materiale che, in un’epoca dominata da universi condivisi e serie ad alto budget, avrebbe potuto trovare una forma molto più naturale in televisione o in streaming rispetto al singolo film del 2011.
Resta quindi la sensazione di un’occasione mancata. Sono il Numero Quattro aveva il DNA di una saga pensata per crescere: giovani eroi, minaccia aliena, poteri, romance, identità segrete e un mondo narrativo già pronto per espandersi. Non è difficile capire perché qualcuno lo abbia immaginato come il possibile inizio di un nuovo fenomeno young adult. Il problema è che il film arrivò forse nel momento sbagliato, o con la forma sbagliata, schiacciato tra modelli più forti e incapace di distinguersi davvero. I libri, però, dimostrano che dietro quel primo capitolo c’era molto più di quanto il cinema sia riuscito a raccontare.
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