Dopo cinque stagioni e quasi dieci anni di racconto, Stranger Things si chiude lasciando l’amaro in bocca soprattutto per come decide di trattare Will Byers. Ed è un paradosso difficile da ignorare: la serie che è iniziata proprio con la sua scomparsa finisce per non offrirgli il finale emotivo che la sua storia sembrava promettere.
Will è sempre stato il cuore più fragile e simbolico dell show Netflix. Il suo corpo è stato il primo a essere violato dal Sottosopra, la sua mente la più segnata, la sua crescita la più dolorosa. Per anni la serie ha costruito attorno a lui due archi narrativi centrali: da un lato il trauma persistente e il legame irrisolto con Vecna, dall’altro il lento e sofferto percorso di accettazione della propria identità. Due linee che, stagione dopo stagione, sembravano convergere verso un epilogo finalmente liberatorio.
La quinta stagione, però, sceglie una strada diversa. Pur dedicando spazio alla dimensione emotiva di Will, evita il vero punto di svolta, rimandando o riducendo a poche battute quelle risoluzioni che avrebbero potuto dare senso all’attesa. Il rapporto con Mike, fondamentale non solo sul piano affettivo ma anche narrativo, viene chiuso in modo frettoloso e ambiguo. Dopo aver alimentato per anni un legame carico di sottotesto, la serie rinuncia al confronto decisivo, lasciando che tutto si dissolva in una rassicurazione generica che non affronta davvero ciò che Will ha provato.
Ancora più evidente è il contrasto con il trattamento riservato agli altri personaggi. Stranger Things si prende il tempo di offrire epiloghi chiari e soddisfacenti a gran parte del cast: relazioni che trovano una forma definitiva, addii solenni, promesse di futuro esplicitate sullo schermo. Will, invece, resta ai margini del proprio finale, come se il suo desiderio di felicità fosse qualcosa da immaginare, non da mostrare.
Il problema non è l’assenza di un lieto fine tradizionale, ma la mancanza di una vera ricompensa emotiva. Dopo stagioni di sofferenza, di silenzi e di rinunce, al personaggio non viene concessa nemmeno un’alternativa chiara: nessun nuovo inizio, nessun arco affettivo autonomo che possa suggerire un domani diverso. Tutto resta implicito, lasciato fuori campo, mentre la serie corre verso la chiusura.
Così, nel momento in cui Stranger Things celebra l’amicizia, l’amore e il sacrificio, finisce per tradire proprio il personaggio che più di tutti ha incarnato il dolore e la vulnerabilità del suo mondo. Per una serie che ha sempre fatto dell’empatia la sua cifra distintiva, questa scelta pesa come un’occasione mancata difficile da dimenticare.
Leggi anche: Alla fine, Stranger Things non ha risposto a QUESTA domanda fondamentale
© RIPRODUZIONE RISERVATA