The Death of Robin Hood è una storia vera? La verità sul film
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The Death of Robin Hood è basato su un racconto vero? La verità dietro il film con Hugh Jackman

Il film con Hugh Jackman, ora nelle sale, rilegge uno dei nuclei più antichi della leggenda dell'arciere di Sherwood

The Death of Robin Hood è basato su un racconto vero? La verità dietro il film con Hugh Jackman

Il film con Hugh Jackman, ora nelle sale, rilegge uno dei nuclei più antichi della leggenda dell'arciere di Sherwood

hugh jackman in the death of robin hood

The Death of Robin Hood, arrivato in Italia con il titolo Robin Hood – Il prezzo del sangue, non nasce dal nulla. Il film con Hugh Jackman non racconta una storia vera in senso storico, ma si lega a un racconto preciso della tradizione: quello della morte di Robin Hood, uno degli episodi più cupi e affascinanti del ciclo leggendario dedicato al fuorilegge di Sherwood. La domanda, quindi, non è tanto se Robin Hood sia esistito davvero, quanto da dove arrivi la storia della sua fine e perché Michael Sarnoski abbia scelto proprio quel frammento per costruire una rilettura così oscura del mito.

The Death of Robin Hood è tratto da una storia vera?

The Death of Robin Hood non è tratto da una storia vera documentata. Non esiste una ricostruzione storica certa della morte di Robin Hood, così come non esiste una prova definitiva dell’esistenza reale del personaggio. Il film scritto e diretto dal regista di Pig e A Quiet Place: Day One lavora però su qualcosa di altrettanto importante dal punto di vista narrativo: un racconto tradizionale che da secoli accompagna la leggenda di Robin Hood e che ha contribuito a costruire il lato più malinconico, sanguinoso e terminale del mito.

Nel film, Hugh Jackman interpreta un Robin ormai lontano dalla figura eroica del principe dei ladri. È un fuorilegge invecchiato, ferito, segnato da una vita di violenza, crimini e sangue. Dopo una battaglia che credeva definitiva, viene accolto in un priorato remoto da Sister Brigid, interpretata da Jodie Comer, una priora che si prende cura del suo corpo ferito e lo costringe, indirettamente, a fare i conti con la distanza tra la leggenda costruita intorno al suo nome e la verità della sua esistenza. È proprio questa ambientazione, sospesa tra cura, isolamento e resa dei conti, a indicare il legame più forte tra il film e la tradizione letteraria.

Il racconto della morte di Robin Hood

Nella lunga tradizione di Robin Hood esiste infatti un filone dedicato alla sua morte, legato a Kirklees Priory, un priorato dello Yorkshire indicato nelle ballate anche con varianti del nome come Kirkley o Churchlees. In queste versioni, Robin non cade durante una grande impresa eroica, non muore in battaglia e non viene sconfitto in uno scontro spettacolare con i suoi nemici. Il racconto prende una direzione più intima e più inquieta: Robin si reca presso una priora, in alcune varianti indicata come una sua parente, per ricevere cure.

Il gesto decisivo è il salasso, una pratica medica medievale che avrebbe dovuto guarirlo o alleviarne la malattia, ma che diventa invece il mezzo della sua morte. Robin viene lasciato dissanguare, tradito proprio nel luogo in cui cercava aiuto. È un finale molto diverso dall’immagine più popolare del personaggio: dopo una vita di fughe, agguati e imprese nella foresta, il fuorilegge muore in uno spazio chiuso, religioso, quasi immobile. Non c’è più la libertà di Sherwood, non c’è più la leggerezza dell’avventura. Restano il sangue, la vulnerabilità e la consapevolezza della fine.

La ballata Robin Hood’s Death

La ballata più direttamente collegata a questo episodio è conosciuta come Robin Hood’s Death o The Death of Robin Hood. Gli studiosi la identificano anche come Child Ballad 120, perché fu classificata con questo numero da Francis James Child, il grande studioso ottocentesco delle ballate popolari inglesi e scozzesi. Una delle sue versioni più importanti è conservata nel Percy Folio, un manoscritto seicentesco che tramanda molti testi poetici e narrativi antichi. Il nucleo narrativo è in linea con quello raccontato dal film: Robin vecchio o malato, il viaggio verso il priorato, la priora, il sangue, l’intervento tardivo di Little John e una fine lontana dall’azione eroica che aveva definito il personaggio.

Nelle versioni successive entra anche un dettaglio diventato celebre: l’ultima freccia. Secondo questa parte della tradizione, Robin, ormai morente, chiede a Little John di aiutarlo a scoccare un’ultima freccia dalla finestra. Il luogo in cui la freccia cadrà dovrà diventare il punto della sua sepoltura. È una delle immagini più potenti dell’intero ciclo di Robin Hood, perché conserva in un solo gesto tutto ciò che il personaggio rappresenta: l’arco, il legame con Little John, il rapporto con lo spazio aperto e l’idea che perfino la morte debba essere affidata a un ultimo atto da arciere.

Leggi anche: Robin Hood, ma qual è la vera storia dell’eroe? Le origini del mito, prima del nuovo film con Hugh Jackman

Cosa cambia nel film con Hugh Jackman

Sarnoski prende questo materiale e lo usa in modo molto libero. Robin Hood – Il prezzo del sangue non è un adattamento filologico della ballata, né una trasposizione diretta della versione tradizionale. Il film conserva però il nucleo più importante: Robin ferito, un luogo religioso, una priora, il sangue e la morte come momento in cui il mito smette di proteggere l’uomo. La grande differenza sta nel punto di vista. Nella leggenda, la priora è spesso una figura traditrice, mentre Robin resta il protagonista nobile di una fine ingiusta. Nel film, invece, il rapporto morale viene complicato. Sister Brigid non è semplicemente la donna che conduce Robin alla morte: diventa una presenza di cura, ascolto e confronto. Allo stesso tempo, Robin non viene osservato come un eroe incontestabile, ma come un uomo colpevole, perseguitato dalla violenza che ha commesso e dalle storie che hanno trasformato quella violenza in leggenda.

È qui che il film si distacca in modo più netto dalla tradizione popolare più rassicurante. Il Robin di Hugh Jackman non deve dimostrare di essere il difensore degli oppressi, né riconquistare il proprio posto nell’immaginario eroico. Deve affrontare ciò che quel mito ha lasciato fuori: le vittime, le menzogne, il sangue versato, la possibilità che la leggenda sia stata costruita anche per nascondere una verità molto meno luminosa.

Perché Michael Sarnoski parte dalla morte del mito

La scelta di partire dalla morte di Robin Hood è decisiva perché permette a Sarnoski di raccontare il personaggio dal punto in cui di solito la leggenda si interrompe. Le versioni più celebri di Robin Hood sono spesso storie di movimento: fughe, assalti, frecce, duelli, travestimenti, foreste, compagni d’avventura. Qui, invece, il racconto si concentra su un uomo costretto a fermarsi. La ferita fisica diventa una ferita morale. Il priorato diventa lo spazio in cui la leggenda viene sospesa, quasi messa sotto processo.

In questo modo, The Death of Robin Hood non si limita a rendere più cupo il finale del personaggio. Usa quel finale per interrogare tutto il mito. Se Robin muore lontano dalla foresta, affidato alle cure di una priora, allora la sua morte può diventare il momento in cui l’eroe smette di essere una figura da ballata e torna a essere un uomo. Non più il simbolo perfetto della giustizia popolare, ma qualcuno che deve convivere con il peso delle proprie azioni.

Il sangue, nel film, non è soltanto quello perso dal corpo ferito di Robin. È anche quello lasciato dietro di sé da una vita di crimini e violenza. La morte non arriva come semplice conclusione narrativa, ma come occasione per guardare ciò che la leggenda ha trasformato, addolcito o rimosso. È per questo che il racconto antico della priora e del salasso diventa, nelle mani di Sarnoski, una riflessione contemporanea sulla colpa, sulla memoria e sul prezzo morale delle storie che una comunità decide di tramandare. Gli stessi temi, guarda caso, di un altro grande film dell’estate: l’Odissea di Nolan.

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