Hank Palmer (Robert Downey Jr) è uno squalo delle aule di tribunale: difende gente ricca e colpevole, e vince quasi sempre. Con questa reputazione si è guadagnato una villa che starebbe bene sulla copertina di Architectural Digest e una moglie che “ha il culo di una teenager che gioca a pallavolo”. Il funerale della madre lo riporta però bruscamente alla sua infanzia e a un angolo di provincia dell’Indiana, dove lo aspettano i due fratelli Glen (Vincent D’Onofrio) e Dale, una vecchia fiamma (Vera Farmiga), e soprattutto il padre giudice Joseph (Robert Duvall), istituzione locale da quasi cinque decenni. E proprio quest’ultimo, la sera stessa in cui ha seppellito la moglie, si ritrova un’accusa di omicidio sul groppone: avrebbe investito un assassino appena uscito di galera, simbolo di un vecchio errore giudiziario mai digerito. Hank, figliol prodigo e prodigio, uno che prima di laurearsi in legge con il massimo dei voti è stato a lungo il secondogenito inaffidabile e mezzo delinquente, con Joseph non è mai andato d’accordo, ma decide comunque di assumere la difesa del genitore. Sarà il pozzo da cui risaliranno sensi di colpa e rancori di quarant’anni di vita familiare.

The Judge risponde a un’idea di cinema poderosa, classica e ormai pochissimo praticata: 50 milioni di budget puntati su un dramma processuale e domestico, interpretato dalla star più famosa al mondo. Un film costruito sull’intreccio e i lunghi dialoghi, in cui la posta in gioco non è la sopravvivenza dell’universo ma la serenità di una manciata di uomini, e ogni disvelamento riguarda semplicemente le ragioni dei personaggi, il loro passato. Il regista, Dobkin, viene d’altra parte dalla commedia (Due single a nozze, Cambio vita), e – sfruttando la verve e i tempi fenomenali di Robert Downey Jr. – conferisce una leggerezza paradossale e inebriante a tutto il film, perfino nelle scene più crude (e ce n’è una dura da mandar giù), amalgamandosi in modo sorprendentemente appropriato alle luci “tragiche” di Janusz Kaminski (collaboratore storico di Spielberg, pensate a Lincoln per farvi un’idea) e alle musiche di Thomas Newman. Una bellissima storia di padri e figli, di talenti imprevisti e altri buttati via, di conti che non quadreranno mai (quando mai quadrano dentro le famiglie?), con un finale giusto e un epilogo un po’ troppo furbo. Che non compromette comunque il piacere di una generosa boccata di cinema.

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