A convincerlo pare sia stata la possibilità di cambiare del tutto rotta. Eppure i boss della Universal non devono avere fatto molta fatica, dopo tutto Tony Gilroy è sempre il papà di Bourne. Se infatti i personaggi nascono dalla penna del romanziere Robert Ludlum, è anche vero che a trasporli dalle pagine al grande schermo ci ha pensato fin dal primo episodio Gilroy. È parso del tutto normale quindi contattare lui per questo quarto capitolo del franchise The Bourne Legacy (in uscita il 14 settembre), non solo come sceneggiatore ma anche come regista. L’unico, probabilmente, a capire bene le intenzioni della major che proprio come lui, dopo il no incassato da Matt Damon, voleva un nuovo inizio per l’universo Bourne e non un mero sostituto. Un film con un altro attore nei panni di Jason Bourne semplicemente non avrebbe funzionato. Ampliare l’orizzonte facendo conoscere al pubblico un nuovo agente segreto, invischiato in uno scenario di cospirazioni simili a quelle vissute da Bourne, poteva avere invece una sua attrattiva per i fan della serie. Sebbene abbia finito di lavorare a The Bourne Legacy solo venerdì, Gilroy è arrivato a Roma 3 giorni dopo per promuovere il film con l’energia di uno entusiasta dei frutti del suo lavoro. Di sicuro a guardarlo non diresti che ha alle spalle 100 giorni di riprese, settimane di post-produzione e chissà quanti mesi di stesura dello script. Gli abbiamo chiesto come ha creato questo nuovo episodio.

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Cosa ti ha spinto a continuare a raccontare l’universo Bourne?
La sfida a cambiare il modo di fare serialità al cinema. C’è il metodo di James Bond, quello di Spider Man e crediamo, ora, anche quello di Bourne. Non siamo cinici, ma a differenza degli altri siamo aderenti alla realtà e non fantasy. Abbiamo uno standard diverso, non ammicchiamo allo spettatore.

Come hai preso la guida del progetto?
Pensavo che il mio ultimo impegno con Bourne sarebbe stato scrivere lo script di Ultimatum. Dopo tutti si aspettavano un sequel ma con Matt fuori dal progetto era impensabile e fare un reboot non era nei piani, quindi abbiamo convocato una riunione e mostrato a tutti cosa sarebbe diventato Bourne: un’espansione di quello che avevamo già raccontato che avrebbe esplorato tanti aspetti lasciati da parte. Il tutto con un nuovo forte personaggio, non un rimpiazzo di Jason ma un uomo interessante da raccontare in primis per me. Già mentre costruivo il personaggio pensavo a Jeremy Renner. All’inizio non era disponibile ma alla fine siamo riusciti ad averlo. Quando ha firmato gli ho detto “spero che tu non sia troppo stanco perché ti farò passare dei brutti quarti d’ora”.

Perché un fan di Bourne dovrebbe guardare questo film se non ha niente in comune con Jason Bourne?
Ci sono i viaggi, molte scene action come combattimenti e inseguimenti spettacolari. Per realizzare la corsa in moto a Manila, ad esempio, ci abbiamo messo 6 mesi tra idearla, pianificarla e girarla. Aaron Cross (Jeremy Renner) è un agente diverso da Bourne, sempre un assassino ma più socievole, addestrato a mescolarsi meglio alla gente. Avrà il suo modo di confrontarsi col mondo e con i problemi. Poi c’è Ric Byer (Edward Norton), il colonnello dietro alle cospirazioni che scopriamo essere il deus ex machina nascosto dietro a tutti i capitoli precedenti. Un’altra novità è il personaggio di Rachel Weisz, la biologa che si prendeva cura di Aaron per il governo che scappa con lui quando scopre che il governo vuole ucciderla insieme a tutti gli agenti. È il primo ruolo femminile di vera comprimaria della saga e avrà con Aaron un rapporto diverso, non una storia d’amore, ma più una relazione fratello-sorella, o qualcosa di simile ad un link dott. Frankenstein – creatura. Inoltre abbiamo creato un rimando al capitolo precedente tramite una telefonata che si sentirà all’inizio di Legacy e che fa parte del finale di Ultimatum. (Continua sotto…)

La saga Bourne, Michael Clayton. Sembra che le cospirazioni siano il tuo argomento preferito. È così?
In realtà non ho mai intenzioni politiche quando inizio a scrivere. Cerco di non pensarci troppo. Il mio vero punto di partenza sono sempre i personaggi non mi sono specializzato in cospirazioni, ma forse ha a che vedere con il mio rapporto particolare e conflittuale con l’autorità. So che i miei film possono essere recepiti in modo politico forte perché dopo Clayton ho visto le reazioni della stampa e mi sono reso conto che storie del genere riescono a scuotere l’opinione pubblica.

In Italia invece non è facile fare film su poteri politici forti. Conosci un po’ la cinematografia recente italiana?
Ho visto 3 film incredibili: Gomorra, Il divo e Io sono l’amore. Li ho trovati bellissimi. Il divo è quello che preferisco è il film più unico visto in tanti anni. Adoro Paolo Sorrentino e spero di vedere presto This Must be the Place: non capisco perché non sia ancora uscito in America.

Tuo padre è uno scrittore premio Pulitzer e anche i tuoi due fratelli scrivono. Hai sempre sognato di fare lo sceneggiatore?
No. Ho fatto il musicista per molto tempo, ho iniziato a scrivere i testi di canzoni e ho finito per scrivere davvero. Quello che raccontavo piaceva e ho continuato, ma non penso di avere lo stile di mio padre. Lui non inizia dai personaggi, io sono costretto o non riesco a programmare neanche una storia. (Foto Getty Images)

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