Ci sono temi che per troppo tempo sono rimasti ai margini del dibattito pubblico, considerati troppo estremi per illudersi che non riguardino tutti. E invece parole come incel, manosfera e red-pill sono uscite da nicchie tossiche del web e sono entrate sempre più spesso nelle conversazioni culturali, nei discorsi politici, perfino nei racconti di formazione rivolti agli adolescenti. Serie come Adolescence hanno contribuito a rendere più visibile questo immaginario oscuro, mostrando quanto certi codici maschili aggressivi e vittimisti possano attecchire tra i più giovani. Adesso Netflix prova ad affrontare la questione frontalmente con Louis Theroux: Inside the Manosphere, documentario uscito da pochi giorni, un’inchiesta da 91 minuti che entra in uno degli ecosistemi più inquietanti e influenti dell’internet contemporaneo.
Dentro la Manosfera
Il film segue Louis Theroux dentro quella galassia di creator che mescolano fitness, soldi, auto-miglioramento, relazioni e dominio maschile, costruendo un modello di virilità aggressiva e profondamente ostile alle donne. Theroux incontra alcuni dei volti più noti di questo ambiente, tra cui HSTikkyTokky, Ed Matthews, Justin Waller, Myron Gaines e Sneako, spostandosi tra Miami, New York e Marbella per osservarli da vicino nei loro studi, nelle loro case e nei contesti in cui producono contenuti. Il taglio è quello tipico del documentarista britannico: apparentemente morbido, quasi laterale, ma in realtà molto preciso nel lasciare che siano i protagonisti a svelarsi da soli, spesso attraverso contraddizioni vistose, scatti di arroganza e momenti di smaccata performatività.
La cosa più interessante del documentario, però, è che non si limita a registrare slogan misogini o uscite scioccanti. Va un passo oltre e mostra come questa sottocultura funzioni anche come un modello economico. Secondo Theroux, ed è il punto che attraversa gran parte della ricezione critica, la provocazione è diventata una merce: dire la cosa più estrema, offensiva o umiliante possibile significa attirare attenzione, creare engagement, fidelizzare un pubblico giovane e poi monetizzarlo con corsi, community chiuse, consulenze, contenuti premium e promesse di successo. In questo senso il documentario non racconta soltanto un’ideologia, ma anche un mercato. E il dettaglio davvero sconvolgente è proprio questo: più che il fervore dottrinario, spesso sembra contare la redditività del personaggio.
La misoginia come business
È qui che il documentario trova forse il suo bersaglio più interessante: non soltanto l’ideologia, ma la sua filiera economica. La manosfera contemporanea non vive solo di slogan o di provocazioni isolate, ma di un sistema che trasforma risentimento, polarizzazione e umiliazione in prodotti da vendere. L’Ofcom (l’autorità indipendente di regolamentazione delle comunicazioni nel Regno Unito) descrive questi ambienti come un ecosistema frammentato, in cui contenuti apparentemente innocui su auto-miglioramento, denaro, fitness e relazioni possono fare da porta d’ingresso a visioni molto più ostili e radicalizzate; e il report Movember, condotto su oltre 3.000 giovani uomini tra 16 e 25 anni in Regno Unito, Stati Uniti e Australia, segnala che il 63% guarda regolarmente influencer della mascolinità, segno che non si parla più di una sottocultura marginale ma di un linguaggio ormai mainstream.
In questo contesto, come nota anche UN Women, alcuni creator non si limitano a diffondere contenuti controversi: ci guadagnano, monetizzando l’attenzione generata da messaggi sessisti e aggressivi. È il punto su cui insiste anche la lettura accademica del documentario firmata da Steven Roberts per Monash University: la misoginia viene ripacchettata come self-improvement e hustle culture, sostenuta da format in livestream, community chiuse, consulenze e percorsi premium che trasformano la rabbia maschile in fidelizzazione.
Non è un caso isolato: una ricerca del NetLab-UFRJ, realizzata con il Ministero delle Donne brasiliano, ha analizzato 76.289 video pubblicati da 7.812 canali, per oltre 4,1 miliardi di visualizzazioni complessive, descrivendo proprio la monetizzazione di discorsi di avversione, controllo e disprezzo verso le donne. Più che una semplice deriva culturale, insomma, la manosfera appare sempre più come un mercato in cui l’estremismo paga, la provocazione converte e la misoginia diventa modello di business.
Chi sono gli uomini “incel”
Per orientarsi davvero dentro questo universo serve anche un lessico minimo, perché molte di queste parole hanno ormai superato i confini delle nicchie online. Gli incel, abbreviazione di involuntary celibates, sono uomini che si definiscono incapaci di costruire relazioni romantiche o sessuali e che spesso trasformano questa condizione in una lettura rancorosa del rapporto con le donne. Vale la pena ricordare che il termine non nasce in origine come slogan misogino: secondo l’Encyclopaedia Britannica fu coniato nel 1997 da una donna canadese, Alana, che lo usava per creare uno spazio di confronto tra persone sole e socialmente impacciate; soltanto in seguito, soprattutto tra Reddit, 4chan e altri forum, il vocabolo è stato assorbito da comunità sempre più segnate da vittimismo maschile, sessismo e fantasie di ostilità. La manosfera è invece il contenitore più ampio: Ofcom la definisce come un insieme di spazi online dedicati alle “questioni maschili”, ma al suo interno convivono incel, gruppi red pill e black pill, Men Going Their Own Way, men’s rights activists, pick-up artists e comunità legate all’ossessione per l’aspetto fisico e la gerarchia sessuale.
La red-pill, presa in prestito da Matrix, indica il presunto “risveglio” alla verità: in questi ambienti significa convincersi che il femminismo abbia alterato i rapporti di potere e che le donne scelgano solo una minoranza di uomini “vincenti”, secondo logiche spesso riassunte in formule come la regola 80/20 o il concetto di “ipergamia”. L’Anti-Defamation League nota però che, in questo lessico, la red-pill è spesso solo il primo gradino: la black-pill è la versione più nichilista, quella secondo cui il destino maschile sarebbe deciso in partenza da genetica e aspetto, rendendo inutile ogni sforzo e spingendo alcuni utenti verso fatalismo, autodenigrazione o fantasie violente.
Capire questo vocabolario oggi non serve a inseguire una moda linguistica, ma a riconoscere come un’intera visione del mondo venga resa digeribile attraverso parole, meme e codici che a prima vista possono sembrare ironici, motivazionali o persino innocui. Temi che sono iniziati a emergere grazie ad Adolescence e che ora vengono messi sotto i riflettori da un documentario Netflix che tutti dovremmo guardare.
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