Leggi la recensione di Giorgio Viaro

Riproporre Cetto La Qualunque in un film che non è il sequel di Qualunquemente sarebbe sicuramente un azzardo se dietro non ci fossero le menti di Antonio Albanese e del suo autore-sceneggiatore Piero Guerrera. Certo, due anni fa il film andò bene al box office e ora molti potrebbero pensare che questo nuovo lavoro, Tutto tutto, niente niente, sia una sorta di secondo capitolo, ma la presenza di Cetto fa solo da ciliegina su quella che è una torta di cinismo pronta ad essere servita in 700 copie da giovedì 13 dicembre. L’azzardo semmai non è nella presenza del calabrese con il vezzo degli avverbi fantasiosi, quanto nel ritratto di un’Italia messa politicamente così male da dover ricorrere a tre improbabili onorevoli per salvaguardare la stabilità di un governo inadeguato, ma che vuol restare saldo al potere. Così, finiti in galera per i motivi più diversi, il già noto Cetto, Rodolfo Faveretto detto Olfo, scafista veneto che tifa per la secessione, e Frengo, guru new age gran consumatore di droghe, vengono fatti uscire e arruolati da un sottosegretario vestito e pettinato come Karl Lagerfeld per rimpiazzare dei parlamentari e ottenere sempre la maggioranza dei voti alla camera. Presentato alla stampa, Tutto tutto, niente niente è un film più sulla società che non sulla politica, pensato per far ridere con l’amaro in bocca sui guai dell’Italia e magari spingere a qualche riflessione. Proprio come ci ha raccontato il protagonista, un camaleontico Antonio Albanese.

Non hai avuto dubbi nel ripartire da una storia di successo con Cetto come protagonista?
Dopo Qualunquemente, che ho amato e continuo ad amare, volevo continuare con quel tipo di comicità ma anche sviluppare più ritmi sfruttando la gestualità e usando una comicità maggiore, anzitutto fisica. Mi divertiva assemblare tre personaggi e raccontare questo paese con tre caratteri e temi diversi. Devo ringraziare Fandango e Rai Cinema che hanno lasciato me e tutti gli altri, dagli attori ai costumisti, del tutto liberi di fantasticare.

Come giudichi il film ora che è finito?
Psichedelico, grottesco, drammatico e comico insieme. In una scena, il sottosegretario interpretato magistralmente da Fabrizio Bentivoglio, riferendosi a Cetto, Olfo e Frengo dice ‘fermiamo queste 3 cellule impazzite’. Il cinema ha il grande merito di mettere in luce questo aspetto contemporaneo: siamo tutti cellule impazzite a un quarto d’ora dall’esaurimento.

L’Italia non vive un grande momento: non ti sembra di affossare ancora di più gli animi con questo film?
Al contrario. Per me Tutto tutto, niente niente è una grande storia d’amore nei confronti del paese che io amo profondamente, per questo mi permetto di dissentire. Ad esempio, sono credente, ma questo non significa che non abbia dei dubbi o sposi tutto quanto al 100%. Quanto alla politica non credo o meglio non so se riusciremo a lasciarci indietro i Cetto La Qualunque: uso le mostruosità proprio per denunciare i comportamenti che trovo inauditi. Cetto, Olfo e Frengo non li amo per niente, né loro né quelli che gli vanno dietro. Anche il modo in cui trattano le donne, da cameriere e oggetti sessuali, è pazzesco. Olfo poi rappresenta la deriva razzista che temo cavalchi la crisi, ecco perché ci tenevo a inserirlo nel film.

Cetto è un corrotto e un misogino, Olfo è un razzista e uno sfruttatore. È comprensibile che non ti piacciano. Ma di che colpe si macchia Frengo per finire nella lista nera?
Hai ragione, Frengo è il più soft fra tutti, ma incarna il mio disprezzo per la droga: sono profondamente contrario a qualunque sostanza stupefacente.

Capito. Ma come nascono i personaggi che incarni?
Olfo è frutto della mia assidua frequentazione del Veneto che è regione estrema, dotata di grande fantasia. A questo aggiungi il mio amore per i dialetti e il pallino per l’osservazione di quello che mi circonda e hai l’humus dal quale attingo per creare le mie maschere. Ne invento una tutti i giorni. Ultimamente sto affinando un uomo con lo sguardo da lemure, perennemente perso nel vuoto. Così come siamo smarriti tutti quanti da quando c’è la crisi.

L’idea per questo film, invece, com’è venuta?
È stato scritto un anno e mezzo fa e ci divertiva l’espediente del ribaltamento delle situazioni: tre individui che dal carcere arrivano in parlamento. Certo, ci siamo appoggiati ad una situazione politica fuori controllo che viviamo da qualche anno, ma l’intenzione non era fare un film politico. Noi parliamo di tre uomini che affrontano temi importanti in modo sbagliato, un modo molto colorato e gestuale che volevamo suscitasse le risate di pancia del pubblico.

E allora la campagna promozionale con le finte primarie?
È un’intuizione del produttore (Domenico Procacci, Fandango ndr) che l’ha pensata mentre il Pd decideva se fare le primarie o meno. È tutta un’azione concertata, anche la caduta del governo Monti è una decisione presa con ufficio stampa e produzione: abbiamo alzato un bel polverone ma da giovedì non ci sarà più niente.

Senza svelare il finale, possiamo dire che nel film chi fa il furbo casca in piedi. Non sarebbe meglio evitare messaggi come questi?
Allora arrestiamo Coppola. Molti mafiosi americani giurano sul Padrino, diciamo a Francis di fare un film dove tutto va per il meglio? Sappiamo che per molti agire illegalmente equivale a essere in gamba, ma la nostra è una denuncia: speriamo che rendere ridicoli alcuni comportamenti possa togliergli forza.

 

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