Per anni se ne è parlato all’estero come di uno dei titoli più intelligenti, provocatori e feroci della serialità contemporanea, mentre in Italia restava una sorta di oggetto misterioso, citato, consigliato, rincorso. Ora però, con lo sbarco in Italia di HBO Max, Industry è finalmente arrivata anche da noi, permettendo al pubblico italiano di scoprire una serie che ha appassionato milioni di spettatori e che in molti hanno definito una sorta di erede spirituale di Succession. Non tanto per il contesto – qui non ci sono dinastie mediatiche ma il cuore oscuro dell’alta finanza londinese – quanto per lo sguardo spietato sul potere, sulle ambizioni e sui compromessi morali che regolano il mondo contemporaneo.
Creata da Mickey Down e Konrad Kay, Industry è ambientata a Londra e segue un gruppo di giovani neolaureati alle prese con il loro primo, devastante impatto con l’alta finanza. Al centro del racconto (molto corale e che comprende anche un volto noto del Trono di Spade come Kit Harington) c’è Harper Stern, interpretata da Myha’la Herrold, personaggio che fin dall’inizio si impone come uno dei ritratti più complessi e disturbanti visti di recente in televisione. «Harper è una giovane donna nera americana che si trasferisce a Londra per ottenere il lavoro dei suoi sogni in banca», ha spiegato l’attrice presentando la serie in Italia. «È incredibilmente ambiziosa e, fin dalla prima stagione, è determinata, con ogni mezzo necessario, a lasciare il segno, a farsi un nome e a trovare il successo», ci ha raccontato nelle interviste che abbiamo fatto a Roma, in occasione della presentazione di HBO Max e della première di A Knight of the Seven Kingdoms.
È proprio questa ambizione senza filtri a rendere Industry così magnetica. La serie non racconta semplicemente il mondo della finanza, ma usa quel contesto come lente per osservare desideri, paure e contraddizioni di una generazione cresciuta con l’idea che il successo sia l’unica vera misura del valore personale. Non a caso, Down descriveva la prima stagione come «uno show molto veloce e frenetico su giovani appena usciti dall’università che iniziano il loro primo lavoro», concentrato su «relazioni, sesso, denaro, droga e accumulo di potere». Tutti elementi che sono rimasti nel DNA della serie, ma che con il passare delle stagioni hanno trovato una forma sempre più ampia e ambiziosa.

Con la quarta stagione, Industry compie infatti un ulteriore salto di qualità. «È diventata una tela più grande», ha spiegato Down, «uno show più audace, con elementi da thriller finanziario». Un’evoluzione che rispecchia anche il percorso di Harper, arrivata a essere, come racconta Myha’la, «la versione di sé stessa che nella prima stagione avrebbe sempre voluto essere: ha più potere e più autonomia di quanta ne abbia mai avuta, è la sua stessa capo ed è il capo di altre persone». Una posizione che però non porta sollievo morale, ma semmai nuove domande sul prezzo del successo.
Uno degli aspetti più affascinanti di Industry è il suo linguaggio, fitto di termini tecnici e dialoghi serrati. Un rischio calcolato, che inizialmente può spiazzare, ma che contribuisce a rendere il mondo raccontato autentico e credibile. «All’inizio il linguaggio finanziario era quasi una decorazione», ha spiegato Down, «serviva a rendere autentico il mondo. Con il tempo abbiamo cercato di renderlo parte centrale della narrazione e più comprensibile per il pubblico». Anche perché, come sottolineano i creatori, la storia raccontata diventa sempre più universale, pur restando immersa nell’alta finanza.
E se viene spontaneo chiedersi quanto di quello che si vede sia realistico, la risposta non è rassicurante: «Il mondo reale della finanza deve essere molto più sporco di quanto possiamo immaginare», ha detto Myha’la senza esitazioni. Un’idea condivisa anche da Konrad Kay, secondo cui la serie è una versione esasperata della realtà, ma non per questo meno rivelatrice: dopo la crisi del 2008, spiega, molte lezioni sono state dimenticate e «le persone hanno la memoria corta, soprattutto negli affari».
Forse è anche per questo che Industry riesce a colpire così a fondo. Non giudica, non consola, non offre facili vie d’uscita. Mostra un mondo seducente e repellente allo stesso tempo, popolato da personaggi che si muovono tra sesso, denaro e potere con una lucidità spesso disarmante. «Sesso, droga e rock’n’roll», la sintetizza Myha’la. «Sexy, provocatoria, travolgente», aggiunge Kay. Motivi più che sufficienti per capire perché, finalmente, anche il pubblico italiano dovrebbe iniziare a parlarne.
Leggi anche: HBO Max è arrivata in Italia! Tutto quello che potete vedere a partire da oggi
© RIPRODUZIONE RISERVATA