Da tempo sognavano di lavorare insieme – «Io lo chiedevo da 20 anni» scherza l’attore – e finalmente Gianni Amelio e Antonio Albanese si sono trovati. L’intrepido (leggi la nostra recensione) in fondo è la storia della complicità tra un regista che ha cucito addosso al suo interprete il protagonista del suo film e un interprete che si è «profondamente innamorato» del regista (i due non smettono di “flirtare” in conferenza stampa). E con il quale probabilmente continuerà a lavorare anche in futuro, come lascia intendere lo stesso Amelio: «Metterò ancora a dura prova il suo appetito e lavorerò sul suo fisico. La bravura per me non ha importanza, voglio che sia bello. Già ora lo chiamo Brad. Se la faremo, nella nostra prossima pellicola vedrete un Albanese in formissima».

C’è molta ironia nelle sue parole e anche «molta serenità». Forse il tentativo di sdrammatizzare i fischi con i quali la stampa ha accolto la sua opera, ritratto dell’Italia di oggi su cui in primo piano si muove un uomo qualunque, piegato dalla crisi, ma ostinato a non voler perdere la sua dignità. E così Antonio Pane, ex insegnante di scuola, si reinventa factotum, rimpiazzando chiunque sia costretto ad assentarsi dal lavoro anche per poche ore. «Non solo mi piace, ma lo invidio, per la sua determinazione velata di tenerezza» dice Albanese. «Un po’ mi appartiene, perché anch’io ha usato le mani; per mantenermi, quando studiavo in accademia, ho fatto mille lavori».

Il suo Antonio è un uomo buono, umile, che fa il rimpiazzo «perché voglio farmi la barba tutti i giorni» (citazione da Se questo è un uomo di Primo Levi), che in sé ha molto di Charlot. «A lui e alla sua purezza abbiamo pensato per costruire questo personaggio, non tanto a Chaplin, che non avrebbe mai fatto L’intrepido visto che aveva già fatto il Monello» scherza Amelio. «Come Charlot, Antonio è un uomo solo, che sa uscire sano dalle situazioni più insane, combattendo con l’arma della dignità, della fiducia e dei valori per continuare a camminare a testa alta». Anche se, certo, la sua quotidianità è fatta di compromessi continui, che finiscono per schiacciarlo e lo costringono ad andare altrove per ricominciare da zero. «La miniera, il lavoro più duro che esista, rappresenta una morte – non a caso si va sottoterra – dalla quale si esce ogni giorno per poi morire di nuovo. Antonio Pane preferisce affrontare questa morte ogni giorno piuttosto che piegarsi a quello sporco mondo che lo vuole corrompere».

Passa dalla vita di questa «figura antieroica nel suo eroismo quotidiano» la fotografia dei nostri tempi; non la denuncia, «per quello c’è Report». Come ribadisce il co-sceneggiatore (insieme allo stesso Amelio), Davide Lantieri, «L’intrepido non è un film sulla crisi, non abbiamo voluto appiattirci sulla realtà, ma abbiamo usato l’ironia e la leggerezza per raccontare una storia universale». La cui amarezza viene compensata da «un finale consolatorio, che non lascia aperto un semplice spiraglio, ma una luce vera e autentica» conclude Amelio. «Perché il primo ad avere bisogno di essere consolato sono io».

(Foto: Getty Images)

© RIPRODUZIONE RISERVATA