In mezzo a tanti film europei e nordamericani, i festival maggiori si garantiscono un equilibrio geografico attraverso una manciata di titoli provenienti da cinematografie più marginali, per lo meno in termini di mercato.
A questa categoria appartiene Warriors of the Rainbow: Seediq Bale, in concorso a Venezia 68. Il film racconta un episodio della storia di Taiwan molto importante, ma poco conosciuto in Occidente.

Nel 1930, un’epoca in cui l’isola era passata dal dominio cinese a quello giapponese (tornerà alla Cina dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale), i 12 clan aborigeni che abitavano da generazioni nelle foreste locali, decisero di mettere da parte i loro conflitti pluridecennali e di allearsi contro i coloni giapponesi, che esercitavano il loro dominio in modo dispotico e incurante delle tradizioni locali.
Per alcuni di loro, che finirono addirittura per allearsi all’esercito invasore, il Giappone rappresentava il progresso e la modernità, per altri soltanto una minaccia.

Il film si concentra a lungo sulla descrizione dei rapporti tra gli aborigeni e delle loro tradizioni (erano convinti che negli arcobaleni si nascondessero i loro antenati), mette assieme un certo numero di cliché tipici del genere (il colono gretto e superficiale, privo di rispetto per l’ambiente, opposto alla sensibilità ecologista degli aborigeni) e si risolve in un lungo massacro con veri picchi splatter.
Oltre due ore e mezza (ma è solo la versione internazionale, per il mercato locale ne durerà addirittura 4), per il film più costoso della storia di Taiwan (più di venti milioni di dollari), prodotto tra gli altri da John Woo. Ma difficilmente, fuori dai festival, lo vedrà qualcuno: cinema patriottico e avventuroso, con tanti accenti digitali, ma culturalmente troppo distante dal nostro immaginario.

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