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C’è voluto del tempo per creare un distacco sufficiente a Marco Bellocchio per affrontare un tema, quello dell’eutanasia e in particolare della vicenda di Eluana Englaro, la bella addormentata del titolo, che ha spaccato in due il nostro Paese. Un tempo che lo aiutasse a realizzare un film il più sfaccettato possibile (si legga la nostra recensione). Che gli permettesse di dilatare lo sguardo e a includere prospettive molto distanti tra loro.
C’è l’attivista pro life, Maria (un’Alba Rohrwacher più morbida e meno rigida del solito), che si batte perché Eluana possa vivere, e c’è il laico Roberto (Michele Riondino) dall’altra parte della barricata che tifa per il padre di Eluana. Eppure si innamorano. C’è il padre di Maria, Uliano Beffardi (Toni Servillo), senatore, che nonostante appartenga allo schieramento di Centro-Destra vorrebbe lottare contro la legge che si oppone all’eutanasia e spiegare apertamente le proprie motivazioni e la grande attrice che ha rinunciato alla carriera e alla famiglia per dedicarsi a una vita di preghiere (la chiamano la Divina Madre, Isabelle Huppert) che le riporti in vita con un miracolo la figlia in coma vegetativo da anni.

Nonostante il suo punto di vista laico e il suo ateismo dichiarato da sempre, Bellocchio riesce – differentemente da quanto fatto nei suoi precedenti film – a raccontare i sentimenti e le scelte di un gruppo di persone che ruotano attorno alla vicenda di Eluana, con grande pudore e partecipazione.
La sua parzialità non gli impedisce di simpatizzare umanamente per chi desidera che Eluana continui a vivere, mettendo in luce tutta la fragilità e la paura della morte di chi si oppone all’eutanasia. L’ossessività religiosa della Divina Madre è funzionale a raccontare tutti coloro che si aggrappano alla religione non per fede o convinzione, ma per l’impossibilità di accettare un tragico destino. Di tutti i personaggi, quelli veramente coinvolti nella vita e non i molli e flaccidi senatori immersi nelle terme ad ascoltare le parole del proprio presidente alla tv come antichi romani, si vanno a ricercare l’umanità, i sentimenti e le motivazioni profonde ed è un’ampiezza di sguardo che Bellocchio mai aveva concesso così generosamente ai propri personaggi.

Bella addormentata è un film davvero importante dal punto di vista etico, sociale e umano ed è il primo alla Mostra che ha sollevato un tema così spinoso e rilevante. Nonostante lasci la drammatica vicenda di Eluana e del padre Beppe sullo sfondo, non ha paura di confrontarsi col dolore. E lo fa in modo intenso e delicato allo stesso tempo, stemperando la grevità intrinseca al tema di fondo grazie alla tenerezza dei sentimenti (il rapporto tra Maria e Roberto) e alle sentenze piene di humor dello psichiatra del Parlamento (interpretato da un bravissimo Roberto Herlitzka). Un film che non ha paura di fare nomi e cognomi e di ricordare la strumentalizzazione vergognosa di cui la vicenda fu oggetto.

Le conclusioni a cui giunge il film sono tutt’altro che ovvie e scontate rispetto al punto di partenza. Il fatto che il regista difenda la possibilità di scegliere il proprio destino non crea un’equazione scontata e non si trasforma nell’autorizzazione implicita a togliersi la vita alla prima occasione. Anzi, la vita – come dimostra la vicenda della Rossa e del Pallido, va difesa a tutti i costi, anche nel caso di chi non la vuole più. Bellocchio, però, si spinge anche oltre, sottolineando un concetto che in mano a un altro diventerebbe retorico e scontato, ma che invece qui diventa la chiave di volta del film: «L’amore cambia il modo di vedere le cose. Non è vero che acceca, anzi». Il sentimento diventa il fattore che infrange le barriere ideologiche di Roberto e Maria, che trasforma Uliano e gli fa rifiutare i dogmi del partito. Di fronte ai vari casi di coma vegetativo che il film prende a oggetto è come se Bellocchio concedesse ai suoi personaggi la possibilità di risvegliarsi da un altro tipo di coma: della personalità, dei sentimenti, delle idee, della personalità.

Nonostante dubitiamo molto che la giuria scelga Bella addormentata come Leone d’Oro, pensiamo che Bellocchio possa comunque puntare a qualche premio, perché il suo è il primo film del Festival a sollevare dei temi così universali  e rilevanti e a farlo con grande stile.

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