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Con Venezia ha un rapporto privilegiato. Fu questo il Festival che ospitò la sua opera prima (e unica finora) da regista, Ogni cosa è illuminata, dal romanzo di Jonathan Safran Foer, film che mostrò il talento inedito dell’attore americano Liev Schreiber, evidenziandone le sorprendenti doti da regista.
«Fu un’esperienza eletrizzante e la ricordo ancora oggi come uno dei momenti più belli della mia vita. Tornare qua mi ha trascinato in un’onda di ricordi» ci ha detto entusiasta.
Faccia da bravo ragazzo con abiti casual dai colori neutri, Liev Schreiber, classe 1967 e un miscuglio di razze nel suo dna (nelle sue vene scorre sangue austriaco, irlandese, svizzero e scozzese per parte di padre, mentre la madre è ebre di discendenza polacca, ucraina e tedesca), è molto più  noto al pubblico appassionato di cinema per altri meriti. Tra i suoi ruoli più noti c’è quello del villain Sabretooth in Wolverine, ma anche le inquietanti interpretazioni in The Manchurian Candidate e  Omen- Il presagio.
Oggi è qui come coprotagonista del film di apertura della Mostra, The Reluctant Fundamentalist (Leggi la nostra recensione) della regista indiana Mira Nair (vincitrice di un Leone d’Oro con Monsoon Wedding) nel ruolo di Bobby, giornalista americano collaborazionista della CIA che cerca di portare in salvo un collega americano rapito dai terroristi pakistani. Il resoconto della nostra chiacchierata sui temi caldi del film:

Pensa che fosse arrivato il momento giusto per una riflessione di questo genere sull’11 settembre? Crede che in qualche modo si sia riusciti ad andare oltre?
Io penso di sì, che abbiamo raggiunto una maggiore serenità rispetto all’accaduto. E spero che questo film offra una sorta di guarigione rispetto a quella ferita.

Lei crede che l’audience americana sia pronta per una pellicola di questo genere? Che possa accettare il messaggio che ci sono delle responsabilità per quello che è successo?
Non credo che esista un “americano generale” con un pensiero unico. In molti credono che si possa generalizzare la mentalità dell’americano medio, ma ci sono molte dimostrazioni della differenza culturale e della molteplicità di punti di vista che coesistono nel nostro Paese.

Nel film a volte si ha la sensazione che il suo personaggio ascolti ma non sia davvero interessato al punto di vista dell’antagonista pakistano, offuscato dal pregiudizio?
Diciamo che ci sono entrambi gli aspetti: la comprensione e il pregiudizio, la curiosità e la diffidenza, ma spesso il mio personaggio si commuove ascoltando la storia del ragazzo pakistano che sognava l’America e si è sentito rifiutato. E, anzi, gli fa da specchio. Come il ragazzo arabo, dopo la caduta delle Torri Gemelle diventa vittima di atteggiamenti xenofobi e intolleranti, allo stesso tempo il giornalista americano, alto grosso e pallido, è stato ostracizzato dall’ambiente pakistano, rimanendo isolato. Per cui l’unica cosa che gli importa è salvare la vita della sola persona che gli si è dimostrata amica in sei anni.

Nel libro da cui il film è tratto il suo personaggio non esiste. Ha partecipato anche lei alla costruzione del suo profilo?
Sì, ed è stata sicuramente la parte più affascinante del processo creativo. Lo abbiamo completamente tirato su da zero. Ho anche partecipato alla sua scrittura. E insomma diciamo che ne sono piuttosto fiero.


Era la prima volta che lavorava con Mira Nair. Cosa ci può dire di questa collaborazione?
È una persona che non ti lascia sicuramente indifferente. Sensuale, bella, un’artista… e poi è intelligente. Se poi ti cucina qualcosa, non puoi dirle di no. Una sera mi ha invitato a cena per propormi il ruolo. Il cibo cucinato da lei le somigliava incredibilmente: era uno spettacolo. Dopo cena, le ho detto: «Quindi, qual è il ruolo?».

Dove si trovava lei l’11 settembre e cosa stava facendo?
Mi trovavo a Los Angeles per lavoro. Ho scoperto l’accaduto con le news del mattino e ovviamente sono rientrato subito a casa, ma la cosa che più mi ha sorpreso di quel periodo è che, nonostante la tragedia, le persone si comportavano in modo inedito. Non era più la New York mordi e fuggi dove nessuno ha il tempo per parlarsi. Ricordo di aver vissuto alcuni dei momenti più felici della mia vita. Le persone portavano torte fatte in casa ai soccorritori, deponevano i fiori sulle foto delle vittime. New York non è mai stata più umana alla stassa maniera, è stato un periodo davvero potente.

Lei ama spesso recitare in ruoli da “doppia faccia”. Cosa la attrae di più?
La risposta è molto semplice. Perché è come recitare più ruoli. Invece di un ruolo ne fai due.


Le piace rivedersi sullo schermo?
Non mi dispiace, ma è deprimente, perché spesso vorresti modificare l’inquadratura, correggerti, ma non puoi farlo come a teatro ed è parecchio frustrante.

È stato difficile crescere in una famiglia di artisti (il padre è attore, la madre pittrice)?
Diciamo che c’è molta competizione, però si parla la stessa lingua e si ha lo stesso background.

Vede già delle tendenze artistiche nei suoi figli (Sasha di 5 anni e Samuel di 3, avuti dalla compagna Naomi Watts)?
Quello di tre anni è già un incredibile performer.

Quando ci regalerà un altro film?
Vorrei davvero tanto. Ho già un’idea su cui vorrei scrivere. Ma come faccio con i ragazzi così piccoli? Significa impegnare un anno della propria vita in giro… ma tra qualche anno ritornerò qui…

 

 

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