C’era molta attesa per Pasolini, il personale omaggio di Abel Ferrara al celebre scrittore italiano (sintetizziamo, come lui stesso faceva sul suo passaporto), in gara per il Leone d’Oro. Un ricordo che si concentra sulle ultime 24 ore di vita di Pieruti (come lo chiamavano in famiglia), ucciso la notte del 2 novembre 1975 sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, dopo essere stato picchiato da tre balordi infastiditi dalla sua omosessualità e investito da Pino Pelosi, ragazzo che lo stesso Pasolini aveva avvicinato e pagato per trascorrere con lui la serata.

Una scelta quasi obbligata, quella di trovare una chiave precisa per raccontare la vita, il mondo e il pensiero di un intellettuale tanto controverso, che non potrebbe essere esaurito nemmeno in dieci film. Ferrara non si accontenta della pura ricostruzione storica di quella giornata, preferendo affiancare a questa anche la messa in scena dei progetti a cui il regista di Accattone e Salò si stava dedicando. Nello specifico il romanzo Petrolio e il film Porno-Teo-Kolossal, fiaba allegorica sul viaggio intrapreso da un uomo e un ragazzo, che si spingono verso Oriente guidati da una stella cometa avvistata nel cielo di Napoli. Una pellicola che Pasolini aveva proposto a Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli (interpretati rispettivamente dallo stesso Ninetto Davoli e Riccardo Scamarcio) ma che non ebbe mai il tempo di girare. Ferrara si diverte a farlo “al suo posto”. Ed è proprio qui che il suo Pasolini perde mordente e continuità, spezzando il racconto con siparietti immaginifici che non restituiscono il senso delle opere stesse, in un continuo cortocircuito tra finzione e realtà (spesso sfugge il confine che separa l’una dall’altra). Amplificato dalla scelta, altrettanto insensata di usare due lingue, l’inglese e l’italiano (nella versione italiana del film sarà Fabrizio Gifuni a dare voce a Pasolini), penalizzando l’interpretazione degli attori, impegnati in dialoghi francamente inverosimili. Tanto più che la dimensione privata e domestica di Pasolini viene ricreata attraverso l’inserimento di personaggi ritratti in frammenti tanto brevi da risultare delle macchiette: lo sono la mamma Susanna di Adriana Asti, l’amica e attrice Laura Betti di Maria de Medeiros, l’assistente Graziella di Giada Colagrande e il cugino Nico Naldini di Valerio Mastandrea.

Scelte che non aiutano a veicolare Pasolini (specie al pubblico che non ne conosce l’opera e la biografia) e inficiano la riuscita di un film che funziona solo laddove un convincente – e incredibilmente somigliante – Willem Dafoe dà corpo e anima a un uomo che con la sua arte amava scandalizzare («Credo che farlo sia un diritto; e chi non lo accetta è un moralista»), proiettando nelle sue creazioni la paura verso un mondo che il capitalismo stava trasformando alla radice e verso un’umanità tanto più nichilista quanto possessiva. «Siamo tutti in pericolo» confessa Pasolini nell’intervista rilasciata al giornalista Furio Colombo (Francesco Siciliano) proprio quello stesso giorno; titolo perfetto per il pezzo, ma che ha anche il sapore di una macabra profezia.

Nonostante l’apprezzabile lavoro filologico e la volontà di attenersi agli scritti e alle dichiarazioni autentiche dello stesso intellettuale, così come quella di ricreare il suo mondo attraverso la musica che lui amava e più volte aveva usato nei suoi film – da Bach a Murolo, fino alla voce della Callas che accompagna gli ultimi fotogrammi – ci chiediamo se Pasolini ritroverebbe se stesso in questo Pasolini. Probabilmente no.

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