Il suo nome potrebbe non dire molto di primo impatto, ma basta citare The Act of Killing, il suo film-documentario diventato un caso nel 2012, per inquadrare il valore di questo cineasta e della sua arte. Joshua Oppenheimer è un texano che ora vive in Danimarca, dopo aver speso diversi anni della sua vita in Indonesia. Dove, con la sua macchina da presa, ha indagato l’episodio più truce del passato di quel Paese – il genocidio del 1965 – e il suo surreale presente, che vede il popolo convivere con i suoi carnefici, ancora al potere. Se in The Act of Killing il regista aveva incontrato i responsabili dello sterminio, convincendo loro a rimetterlo in scena, con The Look of Silence (in sala dall’11 settembre), presentato in Concorso e premiato con il Gran Premio della Giuria, rilegge la storia dalla prospettiva dei sopravvissuti. In particolare di Adi e della sua famiglia, a cui il Comando Aksi ha strappato e brutalmente ucciso un fratello e un figlio.

Best Movie: Possiamo definire The Look of Silence il sequel di The Act of Killing?
Joshua Oppenheimer: «A dire il vero io avevo iniziato a girare prima The Look of Silence, ma le riprese sono state interrotte dall’esercito, che ha intimato ai sopravvissuti di interrompere la collaborazione al film. Sono stati proprio loro, in particolare Adi, a chiedermi di non rinunciare al progetto, ma di portarlo avanti andando a intervistare gli assassini. Solo allora mi sono reso conto di quale fosse il vero problema di quel Paese: non quanto era accaduto, piuttosto l’impunità di cui tuttora godono coloro che si sono macchiati di quel crimine. Così è nato The Act of Killing. Dopo averlo finito ma prima che uscisse – sapevo che una volta mostrato mi sarebbe stato impossibile tornare in Indonesia (Oppenheimer è stato dichiarato persona non grata, ndr) – ho continuato a girare The Look of Silence; mi interessava capire come sia possibile ricostruirsi una vita dopo essere stati derubati di tutto, a quelle condizioni, costantemente sotto minaccia e impossibilitati a parlare delle proprie paure».

BM: Come sei rimasto neutrale di fronte alle confessioni dei protagonisti?
JO: «Non l’ho fatto, non in questo secondo film, dove a confrontarsi direttamente con i killer era Adi. Loro conoscevano la mia posizione, ma sapevano anche che ero in contatto con il vice-presidente dell’Indonesia e con i loro leader, e questo li ha frenati. Il dialogo aperto con i capi durante la lavorazione di The Act of Killing è stata la condizione necessaria per poter portare avanti il progetto senza troppi rischi, salvaguardando soprattutto l’incolumità e la dignità di Adi, nonnostante lui e la sua famiglia siano stati costretti a trasferirsi altrove. Nel caso del primo film, invece, io sono rimasto neutrale finché Anwar (il protagonista e uno dei killer, ndr) ha iniziato a raccontarmi i suoi incubi; a quel punto anch’io gli ho rivelato le mie sensazioni».

BM: Il film si intitola The Look of Silence, ma Adi non è affatto silenzioso…
JO: «Lui – come il progetto – rompono il silenzio. E proprio perché Adi dice l’indicibile, la tensione aumenta e si fa palpabile. Così come diventa evidente la natura repressiva del silenzio. L’obiettivo di Adi di ottenere una confessione e delle scuse dagli assassini di suo fratello fallisce; o meglio, c’è solo una persona che gli dà quello che cerca, ed è una bambina, la figlia di uno dei killer. Ma di fatto il film raggiunge uno scopo ancor più nobile: si fa carico del silenzio in cui l’Indonesia ha vissuto dal 1965 ad oggi e lo rompe: non credo di aver mai visto un altro documentario in cui le vittime si confrontano così direttamente con gli assassini quando questi sono ancora al potere».

BM: Nel film è anche evidente come le due parti – vittime e carnefici – parlino la stessa lingua ma attribuiscano alle parole significati diversi…
JO: «Diciamo che è evidente come il regime abbia cercato di giustificarsi attraverso l’invenzione di storie e racconti che si discostano dalla realtà dei fatti. Mi viene in mente un passaggio di Annah Arendt in La banalità del male. Heichmann a Gerusalemme, dove Eichmann conferisce a Himmler il titolo di maestro di quelle che definisce “parole al vento”, funzionali a trasformare le cose più terribili in qualcosa di appetibile e apprezzabile. Ma il film non è solo sulle parole: molto spesso la macchina da presa si fissa su chi ascolta piuttosto che su chi parla per mostrarne le reazioni, la paura, il dubbio, l’incredulità, il disagio».

BM: Pensi che la speranza della riconcilizione sia nelle mani delle nuove generaziuoni, cioè nei figli sia delle vittime che dei carnefici?
JO: «Se ci fosse un cambiamento politico, una rivoluzione, la pace potrebbe risiedere nelle mani della generazione che è stata ferita. Ma questo non sta avvenendo, anche perché i killer sono ancora troppo impegnati a inventarsi bugie per giustificare e difendere le loro azioni. Quindi sì, credo che la pace possa dipendere solo dai giovani».

(Foto: Getty Images)

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