Poveri vegani. Dopo aver fatto la figura dei nevrotici in Hungry Hearts di Saverio Costanzo  (leggi la recensione), ora ci pensa Joe Dante a trasformarli addirittura in zombie, così salutisti che sono in grado di sopravvivere perfino dopo morti (e quando li seppellisci, li seppellisci in un tappetino ipoallergenico). Ne fa la spese il povero Max (Anton Yelchin), che esausto delle manie ambientaliste della sua fidanzata Evelyn (Ashley Greene), decide di scaricarla, salvo essere preceduto dal destino: la ragazza viene investita da un pullman. Sembra finita, ma è solo l’inizio: colpita da un incantesimo contenuto in una misteriosa statuetta, Evelyn si risveglia proprio mentre Max è impegnato a sbottonare una procace gelataia (Alexandra Daddario). Scoprirà che è meglio evitare di far arrabbiare una non-morta gelosa.

Joe Dante fa rock and roll con i soliti quattro accordi, affiancandosi a Bogdanovich e al suo She’s Funny That Way nel rompere le festivaliere monotonie d’autore con un altro film di genere confezionato secondo manuale. Commedia horror colorata, politicamente scorretta, con pochi effetti digitali (e invece molto trucco e prostetica), Burying the Ex (qui gli scatti più belli del photocall) infila il giusto numero di stupidaggini divertenti e corpi mozzafiato, che massacra con perdonabile leggerezza maschilista. Un modo romantico di pensare il cinema, ovvero variazioni su un immaginario e su un’estetica sopravvissute a tutto, cinecomic, rivoluzione seriale/televisiva, cartoon digitali. Un atto di resistenza capace di rinfrancare soprattutto i cinefili quarantenni, che un tempo l’avrebbero considerato un guilty pleasure e oggi lo mettono tra il meglio del Festival (me compreso), orgogliosi di quest’eredità d’immaginario come Max nel film lo è dei suoi poster dei film di Mario Bava.

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