“C’è differenza tra la verità e ciò che la gente trova credibile”, dice Jacqueline Kennedy (Natalie Portman) al giornalista venuto per intervistarla, e a cui si appresta a raccontare i giorni intercorsi tra l’omicidio del marito a Dallas e il suo funerale. Qualche ora più tardi terminerà la stessa conversazione augurandosi che al popolo americano resti “il ricordo di Camelot”, paragonando la presidenza di John Kennedy al regno leggendario di Re Artù.

Il ritratto che Pablo Larraín fa del personaggio è dunque quello di una donna che corre contro il tempo e i propri sentimenti – un dolore che è quasi una paralisi, e ancor prima lo shock -, provando a immaginare la cornice più adatta per consegnare il marito alla storia, ovvero decidendo la forma della storia stessa.

Ma se questa è la materia delle sue azioni, del suo dialogo con le istituzioni, il movimento drammatico del film e del personaggio è opposto, nel senso che prima di tutto, in ogni scelta musicale e in ogni inquadratura, appare il suo dolore privato, il rapporto con i bambini e quello con il cognato Bobby (Peter Sarsgard). Questo contrasto è la natura esplicita del film, la ragione per cui si tirano fuori i fazzoletti, ovvero la banale circostanza in cui il dovere sopravvive al lutto, lo tiene a bada, con cui chiunque abbia una certa età si è confrontato nella vita.

Dopodiché a Larraín il discorso filosofico sulla Storia interessa quanto i personaggi che lo elaborano. La prima domanda che Jackie pone al reporter, quella che origina il film, è “Scrivere una cosa la rende più vera?”. Non è esagerato dire che su questa domanda si regge quasi tutta la filmografia del regista, e non soltanto nel senso più ovvio della testimonianza pseudo-documentaria di Post-Mortem e soprattutto No, ma nel senso che il suo cinema opera sulla storia come agente di reazione, cioè ne esplora il mistero per tradurlo in una forma mitica (vedi Neruda) prima che se ne perda la memoria; proprio come Jackie fa con John – prima del suo funerale, prima che la tomba venga seppellita, prima cioè che se ne consumi la scomparsa. Un atto di idealismo, di resistenza e anche di fiducia nel linguaggio cinematografico.

Questo discorso è condotto visivamente attraverso atmosfere plumbee, la luce negli interni è sempre flebile e diffusa, non se ne riconoscono le sorgenti, e molte scene in esterni sono girate al crepuscolo, o sotto cieli nuvolosi. Il montaggio è a puzzle, con diversi livelli di flashback che si intrecciano. Al netto di qualche campo medio, le inquadrature sono strette sui volti, oppure frontali e immobili, a rafforzare la dimensione iconica dei personaggi, la loro mitologia. Mentre il finale sceglie la strada di un lirismo gonfio di musica, vagamente malickiano.

In conclusione, Jackie è un film potente e suggestivo, che sotto la coperta del biopic e di moltissimi dialoghi apparentemente carichi di significato, riproduce la storia come un oggetto misterioso, in cui le immagini hanno un potere enorme, e la parole, quelle dei suoi protagonisti e quelle del cinema, tentano di fissare una verità che possa servire a qualcuno.

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