Alla proiezione ufficiale di stamattina gli applausi per Jackie sono stati calorosi (qui la nostra recensione). Il racconto intimo dei quattro giorni successivi all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy fino al funerale, che fu un incredibile evento mediatico, hanno lasciato a bocca aperta il pubblico dei critici. Il regista Pablo Larraín ne ha voluto cogliere l’essenza più intima, fotografarne il dolore e la compostezza richiesta da una first lady, il cuore spezzato di una donna a cui è stato strappato il marito, il ruolo e la casa, e nello stesso tempo la necessità di non lasciarsi andare per la salvezza dei figli e la ragion di stato. Un ritratto quasi schizofrenico ma in senso buono, che sa tradurre tutta la complessità e le sfumature dell’animo femminile. Larraín è uno dei registi più amati della generazione dei nuovi quarantenni e a ogni film e festival si circonda di un’aura sempre più prestigiosa. Arriva in conferenza stampa, la più attesa della giornata, con abbigliamento casual chic, accompagnato dalla sempre elegantissima Natalie Portman, che alla classe di Jackie Kennedy non ha molto da invidiare.

È  lui a rompere il ghiaccio raccontando l’incipit dell’avventura e il coinvolgimento di un altro grande regista, che evidentemente nutre profonda stima per lui.

«Mi trovavo al Festival di Berlino (dove il suo film Il Club è stato omaggiato con il Gran Premio della giuria in quell’occasione) quando Darren Aronofsky (che di Jackie è produttore), che era presidente di giuria, mi ha detto: “Ti ho inviato una sceneggiatura. Dimmi cosa ne pensi”. So di non essere americano e che la figura di JFK è stata già raccontata molte volte, ma volevo farlo attraverso gli occhi di lei. È la prima volta che racconto un personaggio realmente esistito ed ero consapevole dei rischi che correvo raccontando un personaggio così iconico».

A un giornalista che le ha dichiarato il suo amore dai tempi di Léon, la Portman ha risposto con un aneddoto:

«Pensi che abbiamo girato negli studios di Luc Besson a Parigi e così ogni giorno avevo la possibilità di vedere Luc».

Le hanno poi chiesto: È evidente che in questo film ci sono due Jackie, il personaggio pubblico e quello privato. Come è riuscita a riprodurre questa doppia anima?

«Ho visto diversi film e documentari. Si vedeva che era timida in realtà e quanto fosse diversa e come addirittura cambiasse il tono della voce quando si ritrovava a bere con gli amici e quando invece veniva intervistata su temi politici. Era una donna comune, ma anche un simbolo».

Domanda per il regista: Come è riuscito a catturare Jackie? Di quali fonti si è servito?

«Avevo una quantità di informazioni ufficiali sterminata, ma qui si trattava di creare un’illusione. Io credo che siano esistite poche persone così misteriose e sconosciute. Per cui ho cercato di mettere insieme pezzi di idee, frammenti di lei. Il film segue più di una logica cronologica, ma il modo in cui si intersecano ha un senso preciso».

Natalie, come è riuscita a restituire i dubbi sulla fede, il tormento spirituale di questa donna, così toccata dal dolore?

«Ha dovuto affrontare la perdita dell’uomo che amava. Era giovane e per giunta lui la tradiva. Mi sono concentrata soprattutto sul mostrare questi sentimenti diversi che simultaneamente l’attraversavano. Era sotto shock. Le è accaduto qualcosa di terribile quando fino al giorno prima aveva dovuto occuparsi solo della scelta della carta da parati».

Per Larraín: In questo film usa uno stile molto diverso da quello utilizzato per esempio per Neruda. Può raccontarci in base a cosa modifica la sua regia?

«Non uso un metodo prestabilito. Ho girato ogni mio film nel modo in cui pensavo dovesse essere girato. Per Jackie, ad esempio, nel primo giorno di riprese ho fatto avvicinare Natalie alla macchina da presa, poi un po’ di più, e poi ancora. E quando ho visto il suo viso sullo schermo, ho pensato: “Ecco questo è il film”. Per lei non è stato facile avere tutta quella gente così vicina per tutto il tempo. Ma volevo che il risultato fosse intimo, che la si potesse sentire respirare. E credo che attraverso la sua interpretazione e la fotografia siamo riusciti davvero a catturare un’umanità in pericolo».

Di nuovo alla Portman: Che somiglianze ha riscontrato tra lei e Jackie?

«Mah, a dir la verità ero molto spaventata nell’affrontare un personaggio che tutti conoscono e non sono una brava imitatrice. Ma ho cercato di non fare confronti. Quando per esempio abbiamo girato il video all’interno della Casa Bianca, ho guardato l’originale, ma non sono impazzita nel cercare di essere come lei. Ho fatto del mio meglio».

A tal proposito Larraín ha aggiunto: «Se avessimo cercato di farle troppo simili non avrebbe funzionato. Non è una fotografia, ma la creazione di un’illusione. Ovviamente, abbiamo studiato tantissimo e ci siamo impegnati con la riproduzione del trucco, degli abiti, delle movenze, ma non è stato quello che ha fatto sì che Natalie fornisse un’interpretazione sorprendente. È qualcosa che appartiene al cinema, una sorta di antica magia che però ha sicuramente beneficiato della sua eleganza, della sua classe e del suo essere sofisticata in modo naturale».

Perché ha inserito la metafora di Camelot nella storia?

«Non voglio fare spoiler, anche perché Jackie spiega benissimo nel film cosa significhi Camelot e il mito di re Artù. Per spiegarlo vi racconto un aneddoto legato a mia mamma. Quando JFK è morto lei aveva 14 anni ed è andata da mia nonna, sua mamma, a chiederle cosa fosse successo, chi fosse morto. E così lei guardando la Tv e vedendo Jackie ha detto: “Ah quindi lei è la regina” e mia nonna le ha risposto di no, ma lei ha insistito: “Sì, è la regina, la regina”. Era riuscita a creare un’aura, un’illusione di regalità intorno alla sua famiglia, come nessun’altra prima e dopo di lei. Quando venne eletto John Kennedy era un family man come altri, ma alla fine lui era un re e lei una regina sul trono grazie a lei».

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Foto: Getty Images

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