È l’esperienza autobiografica ad aver spinto Ai Weiwei a raccontare nel suo documentario fiume, Human Flow (qui la nostra recensione), il dramma dei rifugiati, in quanto egli stesso esiliato politico quando era bambino e poi da adulto incarcerato e recentemente liberato. Nel suo tono greve, ma non depresso, c’è la determinazione di un uomo che si è immerso per più di un anno nelle tendopoli del mondo dei profughi raccontando miserie e drammi di un popolo in cammino, che non riesce a trovare pace e sicurezza, nonostante le sofferenze già patite. Ecco cosa ha detto oggi nell’ambito di una conferenza stampa ristretta alla presenza della sola stampa italiana.

Nel film si ha spesso la sensazione di osservare dall’alto un enorme formicaio in cui ciascuno cerca una collocazione ma non la trova. Era questa l’idea?
Ai Weiwei: “Ho cercato di raccontare una situazione che ha raggiunto dei limiti estremi e la prospettiva dall’alto chiarisce ancora meglio le proporzioni di questo enorme problema”. 

Lei è molto presente nel documentario. Come mai questa scelta?
A.W.:
 “Io sono nel film per renderlo più reale e dargli un maggiore senso di autenticità”. 

Quale aspetto di questo lungo viaggio che lei ha compiuto nel mondo dei rifugiati l’ha colpita di più?
A.W. “Nel film riprendo molte situazioni tra loro differenti. Quello che mi ha davvero toccato è la curiosità ancora intatta dei bambini. Nonostante quello che hanno vissuto, inseguivano la troupe e guardavano quello che facevamo con uno sguardo così innocente e stupito. È un’esperienza che mi ha scosso nel profondo, perché ho toccato con mano quanto noi adulti abbiamo invece perso l’innocenza e che solo il ritrovarla potrebbe aiutarci a superare certi problemi”.

Alcuni l’hanno accusata di avere uno sguardo troppo estetizzante rispetto a tragedie di tale portata. Cosa ne pensa?
A.W.: “Nella storia umana sono avvenute molte tragedie diverse. Il dolore vissuto porta potenza al desiderio di bellezza, che è di per sé un principio, e nonostante la brutalità di un ambiente è dovere dell’artista trovarne la bellezza. Il cinema non è realtà, ma estetica lavorata”.

Nel suo film c’è un flash su Lampedusa e più genericamente si parla dell’atteggiamento chiuso dell’Europa nei confronti dell’emergenza rifugiati, ma forse si sarebbe potuto riconoscere all’Italia il merito di essere l’unico paese che ha un atteggiamento davvero accogliente nei confronti dei profughi. Non crede?
A.W.: “L’Italia ha una lunga storia di immigrazione e la sua storia è stata influenzata profondamente dai flussi migratori. Inoltre, grazie anche alla sua posizione geopolitica ha conservato un atteggiamento di comprensione e accoglienza nei confronti degli stranieri, ma non può risolvere da sola una situazione così complessa”.

Nel film si coglie come lei si sia servito di stili molto diversi tra loro. Quanto è importante per lei?
A.W.: “Per me lo stile è importantissimo, perché è messaggero del contenuto e serve a evitare la standardizzazione dei contenuti. In questo caso ho scelto lo stile collage, attraverso il montaggio, il linguaggio, la poesia…”.

C’è qualche vicenda in particolare, di quelle tra lei documentate, che avrebbe meritato una storia a sé?

A.W.: “In un documentario si può scegliere l’approccio personale, quello famigliare, o raccontare le vicende attraverso la ripresa di un fiume lungo il quale succedono diversi fatti. Io invece volevo prima di tutto conoscere e far conoscere le possibilità e le complessità del problema. Volevo capire quale sarà il futuro delle generazioni a venire;  non mi interessava raccontare una storia in particolare, ma la storia in tutti i suoi aspetti”.

Che cosa l’ha spinta a fare questo film?
A.W. :
“Prima di tutto, sono figlio di un esiliato, che ha vissuto in un buco sotto terra, in quanto ero considerato nemico dello stato. Mio padre puliva i cessi delle case di campagna. So cosa vuol dire essere torturato psicologicamente e fisicamente e ho sentito subito un istinto di cura e tutela verso i rifugiati”.

È un’opera molto costosa, che si avvale di un grande direttore della fotografia come Christopher Doyle. Come mai un budget così elevato?
A.W.: “Non conosco bene Christopher Doyle e il suo è stato un contributo minore, perché è pur sempre un artista di fiction. Io come artista e regista indipendente non uso mai come criterio di base delle mie opere il budget. Se lo ritengo controllabile, vado avanti finché riesco e poi magari interrompo se non riesco a gestirlo, ma lungo la strada ho trovato persone con la mia stessa fede che hanno voluto partecipare al progetto. Anche io sono rimasto impressionato dalla cifra finale. Di solito ingaggio con i miei collaboratori una sorta di guerriglia, ma entrando nel processo industriale del cinema ho raggiunto un  budget che non avevo previsto all’inizio”.

Qual è il mood del film?
A.W.: “Quello dell’amore, che è principale motore di sopravvivenza”

Vorrebbe che questo film fosse visto da?
A.W.: “Sono molti i politici che vorrei vedessero questo film, come Trump o la Merkel. Un po’ tutti quelli coinvolti nel problema e anche i leader della Cina”.

Molti film qui alla Mostra parlano di un mondo alla deriva. Dopo un viaggio del genere come vede il mondo che ci aspetta?
A.W.:
“Io sono ottimista perché in questo film vediamo bambini che non hanno perso la speranza e se tutti riuscissimo ad avere il loro stesso sguardo potremmo recuperare coraggio e fantasia. Se c’è fantasia c’è possibilità, ecco perché continuo a fare arte”.

Il film uscirà il 2 ottobre, giorno commemorativo in onore dei rifugiati.

Qui la nostra sezione dedicata alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia.

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