«Vorrei dimenticarlo»: in molti si sono pentiti di aver visto questo agghiacciante revenge movie del 2010
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«Vorrei dimenticarlo»: in molti si sono pentiti di aver visto questo agghiacciante revenge movie del 2010

Un’esperienza visiva estrema, capace di mettere in discussione i confini tra giustizia e brutalità, lasciando nello spettatore un senso di disagio difficile da rimuovere

«Vorrei dimenticarlo»: in molti si sono pentiti di aver visto questo agghiacciante revenge movie del 2010

Un’esperienza visiva estrema, capace di mettere in discussione i confini tra giustizia e brutalità, lasciando nello spettatore un senso di disagio difficile da rimuovere

Scena del revenge movie Seven Days

7 Days (Les 7 jours du talion), revenge movie canadese firmato dal regista Daniel Grou (Podz), è diventato negli anni un titolo di culto per gli appassionati dell’horror più estremo. Ma è anche un film che in molti hanno confessato di voler dimenticare. Crudo, claustrofobico e disturbante, racconta una vendetta privata con un realismo così feroce da mettere a disagio anche gli spettatori più preparati. Nessuna catarsi, nessuna morale: solo un dolore muto che si fa carne e sangue, giorno dopo giorno.

Diretto da Daniel Grou, meglio noto con lo pseudonimo Podz, il film è tratto dal romanzo di Patrick Senécal e si presenta come una classica storia di vendetta, ma il modo in cui la sviluppa è tutt’altro che classico. Con uno stile sobrio, senza musiche invasive né inutili concessioni allo spettacolo, 7 Days conduce chi guarda in un incubo estremamente realistico, disturbante, psicologicamente devastante. Non è intrattenimento: è una vera prova di resistenza.

Il protagonista è Bruno Hamel, medico rispettato la cui vita viene annientata quando la figlia di otto anni viene violentata e uccisa. Invece di affidarsi alla giustizia, Bruno decide di farsela da solo: rapisce il colpevole e lo rinchiude in un capanno isolato, deciso a torturarlo per sette giorni, fino all’anniversario della nascita della bambina. Poi lo ucciderà. Senza pietà.

Lo svolgimento del film non cerca mai di giustificare Bruno, né tantomeno di glorificare la sua vendetta. Il dolore che infligge è clinico, metodico, freddo, proprio come lui. E mentre la polizia cerca disperatamente di trovarlo, 7 Days ci mostra, giorno per giorno, l’evoluzione – o meglio, la dissoluzione – della sua umanità.

Il revenge movie è un sottogenere che spesso offre una sorta di liberazione: il giustiziere trova la pace, l’eroe fa i conti con il male, il pubblico applaude la “giustizia” fatta in casa. Ma 7 Days rifiuta ogni forma di sollievo o compiacimento. Non c’è redenzione, né perdono: solo dolore che genera altro dolore.

Il film mette lo spettatore in trappola. Non ci chiede di empatizzare, ma nemmeno ci permette di restare neutrali. È come guardare una ferita che si riapre senza anestesia, giorno dopo giorno. E se inizialmente si può provare comprensione per Bruno, col passare del tempo la sua crudeltà diventa insostenibile, anche per chi aveva giurato di stare dalla sua parte.

Il protagonista Claude Legault regala un’interpretazione straordinaria, fatta di silenzi, sguardi vuoti, rabbia contenuta. Accanto a lui, Martin Dubreuil, nei panni del violentatore, non viene mai umanizzato né del tutto demonizzato: è lì, inerme, a ricordarci che anche il carnefice, sotto tortura, diventa vittima. Il film ci costringe a porci una domanda scomoda: se non proviamo nulla per il suo dolore, cosa dice questo di noi?

A fare da contrappeso, l’ispettore della polizia (interpretato da Rémy Girard), unico personaggio che tenta di mantenere un punto di vista razionale, ma che in realtà nasconde un segreto inconfessabile. 7 Days non offre modelli morali, né risposte semplici. Solo uno sguardo lucido e disturbante su cosa accade quando la giustizia viene sostituita dal dolore.

Il film è stato presentato al Sundance Film Festival ed è diventato nel tempo un cult sotterraneo, noto soprattutto tra gli amanti del cinema estremo. Ma nonostante i premi e le lodi, in molti hanno ammesso di essere rimasti turbati, alcuni al punto da voler “cancellare” la visione dalla propria memoria. Su Reddit, TikTok e forum horror, 7 Days compare spesso tra i titoli più disturbanti mai visti, accanto a film come Martyrs, The Girl Next Door o The Poughkeepsie Tapes.

Al cuore della pellicola c’è una domanda universale: la vendetta può davvero curare il dolore? O è solo una nuova forma di distruzione? 7 Days non ci dà risposte, ma obbliga a guardarci dentro e a fare i conti con qualcosa che non ci piace affatto. Per questo, forse, in tanti dopo la visione hanno pensato la stessa cosa: Vorrei dimenticarlo.

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