War Machine è un film brutto, ma il suo problema peggiore non è neanche quello
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War Machine è un film brutto, ma il suo problema peggiore non è neanche quello

Il nuovo sci-fi disponibile su Netflix non è esattamente un capolavoro, ma gli si perdonerebbe quasi tutto se non fosse per una scena in particolare

War Machine è un film brutto, ma il suo problema peggiore non è neanche quello

Il nuovo sci-fi disponibile su Netflix non è esattamente un capolavoro, ma gli si perdonerebbe quasi tutto se non fosse per una scena in particolare

war machine su netflix

Tra le novità di marzo di Netflix c’è senza dubbio War Machine. Il nuovo action fantascientifico diretto da Patrick Hughes, arrivato in catalogo il 6 marzo 2026, mette al centro Alan Ritchson nei panni di un sergente segnato dalla morte del fratello, deciso a completarne il percorso entrando nei Ranger. Da lì parte l’addestramento militare, camerati da conoscere in fretta, superiore burbero, trauma personale da elaborare e infine una missione che devia verso la fantascienza dura e pura, con una macchina aliena gigantesca a fare da minaccia assoluta. Sulla carta c’è anche un’idea intrigante: prendere il cinema di guerra, mescolarlo con il survival e innestarci sopra un mostro meccanico venuto dallo spazio. Poteva essere “solo” un film brutto, ma c’è un fastidioso dettaglio sul quale è difficile sorvolare alla fine della visione.

Per un buon tratto War Machine si lascia guardare tranquillamente, ma più per inerzia che per reale convinzione. Ritchson fa il suo: porta sullo schermo il fisico, la presenza, il cipiglio da eroe d’altri tempi e si carica sulle spalle quasi tutto il peso dell’operazione. È evidente che il film conti soprattutto su questo, perché intorno a lui c’è poco altro che abbia davvero spessore. La scrittura è pigra, i personaggi di contorno dimenticabili e l’impressione generale è quella di un prodotto che rielabora materiali già visti senza mai trovare un’identità propria. C’è il fantasma di Predator, c’è l’ossessione per il rito militare, c’è perfino quella dinamica da gruppo costretto a sopravvivere che oggi richiama facilmente anche un immaginario alla Squid Game, ovviamente depurato di tutto ciò che rendeva interessante quella serie. War Machine assembla, ricicla, riposiziona. Non inventa quasi mai. E quando prova a farlo, lo fa con la cautela un po’ codarda di chi non vuole mai spingersi oltre il già collaudato.

Le recensioni uscite in questi giorni, in fondo, hanno colto proprio questo. C’è chi lo ha definito un action derivativo ma guardabile, chi ha salvato la fisicità del protagonista pur sottolineando la prevedibilità del racconto, chi ha parlato apertamente di retorica militare e di un film fuori luogo e fuori posto. Il punto è che, fin qui, si parlerebbe comunque di un peccato veniale. Il cinema d’azione è pieno di film mediocri ma robusti, scemi ma dignitosi, prevedibili ma onesti. A volte basta una scena ben girata, un mostro fatto come si deve, una star che regge l’inquadratura e sei già disposto a perdonare molto. War Machine non è un film particolarmente sconvolgente nel suo essere brutto: è un film stanco, sì, ma non abbastanza disastroso da meritarsi un’accusa capitale solo per la sua pochezza creativa.

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Il problema peggiore arriva dopo, ed è molto più fastidioso della sua pigrizia narrativa. Perché gli ultimi cinque minuti trasformano il film in qualcosa di ancora più irritante: uno spot militarista. War Machine si chiude con montaggio frenetico, muscolare, enfatico, che celebra i Ranger statunitensi con un linguaggio visivo e sonoro da video promozionale, quasi da «Uncle Sam wants you», come se fino a quel momento il film non stesse già flirtando abbastanza con una certa iconografia militaresca. War Machine smette di essere soltanto un action sci-fi derivativo e comincia a diventare apertamente indigesto. Perché non si limita a usare l’estetica militare come cornice narrativa: la esibisce, la lucida, la vende. E lo fa proprio nel momento in cui dovrebbe chiudere il discorso, non aprire una brochure.

Questa è la vera ragione per cui il film lascia in bocca un sapore peggiore di quello che meriterebbe la sua semplice mediocrità. In un contesto internazionale già segnato dall’escalation della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, con un conflitto apertamente in corso e con effetti politici e militari che stanno già alimentando tensioni e divisioni, quell’enfasi finale suona ancora più sgradevole. Non è solo una questione di gusto, ma di sensibilità, di timing, di percezione. Un film del genere poteva anche essere rozzo, derivativo, rumoroso. Gli si poteva perdonare quasi tutto. Ma quell’ultima sterzata da video di reclutamento no, quella no. Perché lì non stai più guardando un film che sbaglia tono: stai guardando un film che sembra compiacersi del proprio militarismo proprio mentre il mondo reale rende quel compiacimento ancora più irresponsabile.

Il trailer di War Machine

Di recente anche Heads of State, il film Prime Video con Idris Elba e John Cena ha optato per una soluzione simile: anche lì c’era uno spottone alla NATO, ma almeno travestito da buddy comedy geopolitica. Era già una semplificazione irritante, ma restava dentro un registro ironico e dichiaratamente sopra le righe. War Machine, invece, si prende maledettamente sul serio. E proprio per questo la sua propaganda in miniatura risulta più goffa, più invadente, più insopportabile. Non perché il film sia peggiore in assoluto di tanti altri giocattoli bellici prodotti dalle piattaforme, ma perché a un certo punto smette perfino di fingersi cinema e si mette a fare pubblicità. Ed è un difetto molto più grave della bruttezza.

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