9 nominations agli oscar e la netta sensazione che le statuine più ambite se le porterà a casa. Ben calibrato tra l’ autoriale e l’estetica hollywoodiana, intenso e pesante come un macigno spesso colpisce allo stomaco sia per le immagini forti sia per la crudezza dei dialoghi che creano una simbiosi che ti lacera, come quando gli schiavi , esausti nel seppellire un loro compagno, si lasciano andare ad un umiliante e frustante commento : ” buon per te zio che sei lassù, peggio per noi che siamo ancora qui”. Il dolore e il martirio come parte e componente del destino, una cronaca e una riflessione sul genocidio dei nigger, con un chiaro parallelismo con Schindler’s list, un altro olocausto , con le piantagioni di cotone del sud viste a mo’ di lager molti anni prima di Auschwitz. La voglia di vivere che diventa solo voglia di sopravvivere, fruste che piegano ma mai spezzano la schiena , ferite che diventano piaghe della nazione, cicatrici come simbologia dello schiavismo. Eroismo che pian piano però si tramuta in un sentimento laico, distaccato, come fosse l’unica forma di sopravvivenza, come il lavorare indifferenti a pochi passi da persone che vengono linciate a sangue. E la sensazione forte che il Dio compassionevole citato nei passi della bibbia dal sadico schiavista Epps abbia abbandonato tutti al proprio destino

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