“Io non voglio sopravvivere. Io voglio vivere”

Nel 1841 Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) e’ un violinista di successo residente a Saratoga Springs, molto apprezzato per il suo talento malgrado sia nero in un’epoca in cui gli afroamericani erano considerati non solo inferiori ma anche merce da acquistare e vendere al mercato. Infatti qualcuno ha messo gli occhi su di lui e lo attira in una trappola: convinto ad incontrare due individui che si spacciano per agenti di spettacolo, viene drogato e consegnato a una banda di schiavisti che lo portano clandestinamente in Louisiana e venduto sotto il falso nome di Platt a diversi proprietari di schiavi, dal debole moralista William Ford (Benedict Cumberbatch) al crudele e dissoluto Edwin Epps (Michael Fassbender): ha inizio una odissea oscura e crudele, durata 12 anni, in cui lo sventurato protagonista sperimentera’ sulla propria pelle l’abiezione e la malvagita’ dello schiavismo americano proprio mente si stava lentamente volgendo al tramonto, fino a quando non incontrera’ il caritatevole Samuel Bass (Brad Pitt), un carpentiere canadese che ha in odio la schiavitu’ e che accettera’ di aiutarlo a contattare la sua famiglia affinché lo facciano liberare.
Non e’ la prima volta che il cinema cerca di raccontare l’inferno degli schiavi neri prima della guerra di secessione, lo aveva gia’ fatto Steven Spielberg con “Amistad” e con il piu’ recente “Lincoln”, per non parlare di Quentin Tarantino con “Django Unchained” o della serie televisiva “Radici” del 1977; un modo come un altro per fare i conti con gli scheletri nell’armadio degli Stati Uniti d’America. Questa volta e’ il turno di Steve McQueen, il quale ha scelto di ispirarsi all’autobiografia scritta dallo stesso Solomon Northup dopo la sua liberazione e pubblicata nel 1853 e che ha rappresentato una delle testimonianze piu’ realistiche sullo schiavismo. McQueen ricostruisce una vicenda realmente accaduta basandosi principalmente sulla prova degli interpreti e sulle scenografie accuratamente costruite per ricreare i paesaggi dell’epoca, tutto cio’ teso a narrare la discesa del protagonista in un mondo disumano di cui prima aveva solo una vaga percezione ma che finisce per trasformarlo in un Dante costretto a farsi largo da solo verso il fondo di questo inferno sulla terra da cui puo’ ancora ritrovare la luce. In questo contesto l’espressivita’ e la fisicita’ dei personaggi gioca un ruolo chiave nel trasmettere allo spettatore la disperazione (ma anche la dignita’) di Solomon e dei suoi compagni di sventura (da ricordare una delle sequenze finali, quando il protagonista sembra che guardi direttamente lo spettatore), cosi’ come la rabbia, l’odio, il senso di onnipotenza e le ambiguita’ dei suoi aguzzini, in questo McQueen dimostra una notevole abilita’ che gli permette di evitare i rischi insiti in una narrazione prettamente moralista, specialmente quando realizza un ritratto sfumato dei “cattivi” di questa storia: William Ford e’ un uomo combattuto fra la sua formazione come schiavista e i suoi scrupoli umanitari verso gli schiavi ai suoi ordini mentre Edwin Epps e’ ritratto come un aguzzino che si ubriaca del suo “diritto” di fare dei suoi neri tutto cio’ che vuole, ma e’ disposto a tradire la moglie con una delle sue schiave predilette, la giovane Patsey (Lupita Nyong’o, che per la sua recitazione in questa pellicola e’ stata premiata con un Oscar). Quello di Epps, magistralmente interpetato da Fassbender, attore feticcio di McQueen, e’ uno dei personaggi piu’ repellenti della storia del cinema, per nulla diverso da quello dell’ufficiale nazista Amon Goeth, protagonista di “Schindler’s list” di Spielberg, e come quest’ultimo viene rappresentato in tutta la sua disumanita’ ma anche con qualche tratto ironico che lo fa apparire addirittura grottesco (basti pensare alla scena in cui rincorre Solomon e finisce per cadere in un porcile o quando si fa rimproverare dalla moglie che e’ gelosa della sua passione per Patsey). Lo stesso Solomon viene ritratto come uno che, per sopravvivere, e’ costretto ad assumere atteggiamenti umilianti e a sopportare una lunga serie di angherie (come quando fa finta di non sapere leggere e scrivere), sempre mosso dalla speranza di ritornare libero. Il regista non trascura di mostrare scene disturbanti dove i discorsi sono superflui, tipo le fustigazioni e i linciaggi dei neri ad opera degli schiavisti e dei loro scherani, tutte forme di tortura, spesso compiute negli scenari apparentemente idilliaci del profondo Sud, sbattuti direttamente in faccia agli spettatori, che corrispondono alla concezione di McQueen del corpo umano come strumento su cui il mondo esterno sfoga la sua violenza e che, per questo, subisce ferite e mutilazioni di ogni tipo, un genere di tema che pochi altri registi, ad esempio David Cronenberg, hanno saputo sviluppare senza ricorrere al sistema della retorica e senza cedere piu’ terreno del necessario ai cliche’ holliwoodiani. Alla fine il regista si limita a raccontare le esperienze di Solomon come schiavo e lascia alle didascalie alla fine del film il compito di raccontare gli avvenimenti successivi alla liberazione del protagonista (il suo tentativo fallito di citare in giudizio gli autori del suo rapimento dal momento che perfino negli abolizionisti Stati del Nord non era consentito a un “negro” di testimoniare contro dei bianchi, il suo impegno nella lotta antischiavista e la sua morte avvenuta in circostanze oscure), quello che piu’ gli preme e’ raccontare la storia di una ingiustizia simbolo di un’epoca in cui gli Stati Uniti erano un paese dove era possibile considerare delle persone come merce su cui, per “diritto divino”, era possibile sfogare i propri istinti piu’ bassi.

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