David Cronenberg non delude. Con “A dangerous method” presenta un quadro abbastanza preciso della nascita della psicoanalisi, ma riesce anche a rendere partecipe il pubblico dei sentimenti più intimi che dominavano gli animi dei tre principali protagonisti di quel particolare periodo. Colei che maggiormente si distingue per la sua interpretazione è sicuramente Keira Knightley che passa dalla Sabina schiava della sua malattia, ad una Sabina che non solo ne esce ma supera le sue nevrosi andando oltre, divenendo ella stessa medico; il tutto in un modo talmente naturale e reale che sconvolge. Gli altri due protagonisti, però, non sono da meno e il cast si rivela azzeccatissimo. Mortensen incarna perfettamente la figura di un Freud che si crede dispensatore di verità universali, che non racconta neppure i suoi sogni all’amico Jung per non perdere l’assoluta autorità che è convinto di avere su di lui; un Freud che però lascia trapelare il dolore causato dalla rottura del rapporto con colui che aveva designato suo erede diretto: per vero dolore o più per il dover prendere coscienza del fatto di essersi sbagliato sul conto di Jung? Fassbender, poi, è perfetto nel suo ruolo: inizialmente così fedele all’etica medica, così votato al maestro Freud, ma ben presto si rivela un personaggio fondamentalmente debole (o forse solo umano?!), preda dei suoi istinti. Una quarta figura, non in primo piano ma ugualmente importante, è quella di Otto Gross interpretato da Vincent Cassel (chi altro se no?!). La sua presenza si rivela fondamentale per la “trasformazione” di Jung, il quale, dopo aver trascorso un breve periodo con questo bizzarro uomo, cede al suo desiderio ed inizia la relazione con la Spielrein. Inizia così il tormentato triangolo Freud-Spielrein-Jung, non un triangolo carnale, bensì spirituale, intellettuale, che porterà alla definitiva rottura del rapporto tra i due grandi psicoanalisti. I caratteri dei tre protagonisti sono ben delineati; il regista non prende le parti di nessuno e allo stesso Jung viene data la possibilità di riscattarsi dal ruolo negativo che si era inizialmente creato. Cronenberg, comunque, riesce a non esasperare i toni, facendo, sì, arrivare allo spettatore i forti sentimenti che animano i personaggi, ma sempre in modo pacato, aiutato anche da certe inquadrature e da una scelta sempre azzeccata della musica. Non è di certo un film da vedere per puro “intrattenimento”; una pellicola piuttosto impegnata, che lascia dietro di sé una scia di forti emozioni.

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