Nel bene e nel male i fratelli Coen saranno sempre gli indiscussi signori del cinema indipendente americano. E quando penso a loro mi viene in mente Ryan Giggs, che come i due cineasti negli anni ha visto passare ed eclissarsi presunti eredi al trono, ma nonostante l’età e gli acciacchi ( fisici per il gallese, di ispirazione per gli americani ) sono ancora al loro posto di combattimento, sempre pronti a dare lezione di classe e stile. A proposito di Davis e’ l’ennesima dimostrazione del talento dei due bros, un opera irresistibile ed intelligente, raffinata e colta, dissacrante ed ironica, un film di musica e sulla musica, non un banale musical ma uno spaccato della società americana dei 60, rappresentato dalla nascita del folk, che da genere di nicchia getterà le base per quella che negli anni a venire sarà la summer of love sessantottiana. E Llewyn Davis e’ un novello Anton Chigurh di Non e’ un paese per vecchi, stavolta non “armato” di bombola ad aria compresa ma bensì di una più innocua chitarra classica, un uomo in costante cammino, in costante fuga da una società che non riesce ad accettarlo come musicista di talento ( come quando John Goodman in una scena meravigliosamente onirica, gli chiede ” che canzoni suoni? Folk! Ah scusa avevo capito che eri un musicista ….) ma solo come intrattenitore di serate, che siano al locale o a casa di amici. Davis e’ la rappresentazione della sconfitta sia artistica che personale, il successo che non arriva e che lo sfiora appena , come quando nel finale si materializza in carne ed ossa il fantasma di Bob Dylan che aleggia sull’opera fin dall’inizio, a sancire il fatto che davvero Llewyn era ad un passo dal “toccare” la fama e la gloria

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