C’è del marcio in Danimarca: se il cinema ha sempre amato curiosare nei saloni delle grandi residenze reali per svelare ombre di amori e tradimenti, lotte dinastiche e cospirazioni, passioni devastanti e sofferenze silenziose, anche la fredda patria di Amleto ha concesso ben volentieri al grande schermo alcune pagine della sua storia, poco conosciuta al resto d’Europa e senza dubbio meno glamour di quella di Enrico VIII o Maria Antonietta ma altrettanto archetipica; presentato alla sessantaduesima edizione del Festival di Berlino e scelto per rappresentare il suo paese agli ultimi Academy Award nella categoria per il miglior film straniero, A Royal Affair(En kongelig affære) possiede tutti gli ingredienti che non dovrebbero mai mancare ad un film in costume degno di questo nome, ma riesce comunque ad andare oltre offrendo qualcosa in più del semplice gusto per la rievocazione.

L’incipit del film di Nikolaj Arcel sembrava piuttosto indicativo della scelta di seguire per il dramma un registro simile a quello di The Duchess, pellicola diretta da Saul Sibb nel 2008 e dedicata alla Duchessa del Devonshire Georgiana Cavendish: chiamata a vivere nel secolo dei Lumi come il personaggio interpretato a suo tempo da Keira Knightley, la quindicenne Caroline Mathilde si presenta subito come una fanciulla di rango dolce e composta, intenta a cogliere fiori in un prato con lo sguardo di un’adolescente pronta ad andare incontro alle incertezze del futuro con tutta la speranza possibile; ad attenderla in casa troviamo una madre affettuosa, certa che non ci sia alcun dubbio sulla riuscita del matrimonio della figlia col re di Danimarca Christian VII, un ragazzo a lei sconosciuto ma descritto da tutti come colto, intelligente e soprattutto capace di amare la regina che gli è stata destinata.
Dopo aver detto addio all’amata Inghilterra Caroline giunge quindi in Danimarca, per scoprire che la nuova patria è assai più fredda e gelida di quanto si aspettasse: oltre a dover fare i conti con una corte ostile e rigidamente conservatrice il suo sposo si rivela subito viziato e instabile, tormentato da un’ apparente schizofrenia che gli impedisce di avere rispetto della moglie naturalmente di essere un vero re.

L’arrivo a corte del tedesco Johann Struensee come medico personale del re porta una graduale ventata di aria fresca nella vita dell’infelice regina; i vertici del triangolo assumono ben presto come da copione le rispettive posizioni, ma ad essere più interessante nel ritratto del carismatico riformatore ricordato per aver portato avanti la Danimarca anni luce rispetto al resto del continente trasformandola nel tempio delle idee di Voltaire e Rousseau è il suo essere qui elemento catalizzatore non tanto nella relazione con Caroline, chiaramente innamorata più delle idee che dell’uomo, quanto nel legame quasi paterno instaurato con Christian: il duello a base di citazioni shakespeariane che i due combattono ad arte durante il loro primo incontro è qualcosa di prezioso e si rivela in fine indispensabile per scavare nella mente del re e leggerne i tormenti più segreti.
L’interpretazione dell’ormai lanciatissimo Mads Mikkelsen come Struensee è magnetica e ammaliante al punto giusto, ma le nostre simpatie vanno tutte alla prova di Mikkel Boe Følsgaard nei panni di Christian, meritatamente premiata con l’Orso D’argento al Festival di Berlino: quasi impossibile non provare pena e comprensione per questo ragazzo odioso e viziato ma condannato con altrettanta costanza all’alienazione e alla solitudine, manipolato senza eccezioni da tutti quelli che lo circondano( per quanto la cosa avvenga per il bene della Nazione, è incontestabile)e costretto a recitare la sua parte al punto da scadere nella pantomima. Come ricorda una celebre citazione di Shakespeare, “un uomo durante la sua esistenza recita molte parti”: nel caso di Christian, l’impossibilità di scelta ha finito per portare in scena un essere infantile e inadeguato, troppo preoccupato a ” non farsi rubare la luce” nemmeno dalla grazia della moglie e destinato ad essere una pedina facile nella più classica delle scacchiere del potere.

Narratrice degli eventi ma mai lontana dal palcoscenico, Caroline ci commuove con tutta la passione e le ingenuità della sua giovane età grazie alla performance di una brava Alice Vikander, che presto vedremo in sala nei meno turbolenti panni di Kitty con Anna Karenina di Joe Wright; in un ottimo cast purtroppo poco noto fuori dalla madre patria non sfuggiranno inoltre Harriet Walter, in un brevissimo cameo come Madre di Caroline e soprattutto David Dencik come Høegh-Guldberg, ministro cospiratore già visto ne La Talpa di Tomas Alfredson nel ruolo nell’altrettanto ambiguo agente Esterhase.

Reverente verso il curatissimo contesto storico, la camera indulge con cautela sui protagonisti stringendosi in inquadrature morbide e sinuose, pronte a cogliere la malinconia di una vita nel tocco di una mano resa umida dalla pioggia o intenta a sfiorare un libro negato e a lungo atteso, fino a danzare intorno ai protagonisti durante un ballo di corte per chiuderli nell’incanto con una sequenza che pare strizzare l’occhio all’Orgoglio e Pregiudizio di Joe Wright.

Immersa nel fascino di un’epoca già avviatasi inconsapevolmente verso il declino e mai del tutto pronta a mettere da parte i sentimenti per far trionfare la ragione illuminista, nonostante la lunga durata A Royal Affair scalda e avvince meglio di molti altri film del genere, ma la coltre gelida che copre La Danimarca e le sue anime più inquiete avvolge il film di una magia affascinante destinata a perdurare: contro Amour di Michael Haneke le speranze di vittoria erano pressoché nulle, ma A Royal Affair ha saputo egualmente competere con assoluta regalità ed eleganza.

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