È molto deludente il film di Gianluca Anselmi, attore e regista formatosi con le serie tv Distretto di polizia e Cotti e mangiati, qui al suo esordio dietro la macchina da presa di un lungometraggio.

Doveva essere una pellicola ironica sull’Italia di oggi, un ritratto grottesco di una o più generazioni allo sbando e lobotomizzate da una televisione che propone sempre e soltanto gli stessi temi: “tette e culi”. Un affresco capace di mostrare le persone che compongono la spina dorsale dell’Italia, tenuta insieme da precari, ricercatori, impiegati, insegnanti, divorziati e persino dai giovani emo.

Come realizzare una simile opera, che sia comica ma anche drammatica, che sia ironica ma anche malinconica, che sia “normale” ma anche “deformante”? Facile. Prendendo le storie di quattro persone “normali” e inserendole nella cornice di un fantomatico show televisivo alla ricerca dei “disperati” d’Italia. E il gioco è fatto. Almeno così sarebbe dovuto essere. In realtà dell’Italia disperata di oggi c’è ben poco, così come c’è poco della normalità “vera”, mentre ci sono casi limite e al limite più vicini ad essere delle macchiette che dei veri personaggi. E le aspirazioni da film ironico, comico e brillante si schiantano contro un muro innalzato da un’accozzaglia disordinata di luoghi comuni.

Innanzitutto le storie:

  1. Riccardo è un uomo senza spina dorsale che si fa manovrare da una donna volubile e incostante, capace di un gesto particolarmente condannabile (che non sveleremo per non spoilerare). All’interno di questa prima storia vengono presi di mira i gay, i cinesi e la loro cucina, il sesso “spinto” (con i caschi) e l’amore in genere. È qui che viene pronunciata la frase più emblematica di questo film: «Le storie d’amore sono come le tue pantofole a forma di cane: all’inizio sono tenere, poi non le noti più, e infine le butti perché puzzano».
  2. Paolo è una guardia giurata presso una banca che ha un’idea per un brevetto. Prova a chiedere così un mutuo dal suo direttore ma non riuscendo ad ottenerlo decide di rapinare il suo stesso istituto. In questa storia si sprecano i luoghi comuni sui rapitori imbranati, si citano a sproposito Batman, Groucho e Tarantino e alla fine di vera disperazione non se ne vede nemmeno l’ombra.
  3. Antonio sposa Carmen, portoricana che nasconde uno scheletro nell’armadio bello grosso. Glielo rivelano gli amici, più divertiti dalla situazione che disposti a consolare l’amico, il quale decide di compiere un gesto estremo. Peccato che nemmeno lui ha un passato tanto lindo. Qui ad essere presi di mira sono i matrimoni interraziali, il calcio, i rapporti tra vicini.
  4. Fabio, un imprenditore romagnolo (di cos’altro, se non di preservativi?), deve essere operato al cuore mentre si trova a Napoli. È tra le stanze dell’ospedale che conosce Carmine, padre di una quantità infinita di bambini, che vive facendo piccoli imbrogli alle assicurazioni. Uno di questi gli si ritorcerà contro. Presi di mira questa volta sono la malasanità e i pregiudizi tra nord e sud. E il finale è imbarazzante. Anche qui non sveleremo nulla per non spoilerare, ma di umano e generoso abbiamo visto ben poco.

Non si salvano nemmeno i vari personaggi che compaiono qua e là per raccontare frammenti delle loro storie: un divorziato che si lamenta per gli alimenti da dare alla moglie ma che percepisce uno stipendio di almeno tremila euro al mese (mica da tutti!), i ragazzi emo con fratelli calciatori che guadagnano milioni, possiedono ville e persino il call center dove lavorano questi ultimi, e una impiegata che si lamenta della mancanza di asili nido e per questo porta il figlio con lei al lavoro (!). Sarebbe questa l’Italia di oggi?

Leggi la trama e guarda il trailer del film

Mi piace

Alcune battute sparse qua e là nel film che strappano per lo meno qualche sorriso.

Non mi piace

Il ritmo comico distorto del film e lo sguardo sulle donne, tutte “sbagliate” e inconsistenti

Consigliato a chi

Ama il cinema italiano farsesco e disimpegnato

Voto: 1/5

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