Era ormai da diverso tempo che sui nostri schermi non si avvistava una commedia sull’immigrazione così colorata e spassosa. Se infatti è vero che l’integrazione è un tema che più frequentemente viene affrontato in chiave drammatica, esiste d’altro canto una significativa tradizione filmica (la cui pellicola-manifesto può essere considerata East Is East) che utilizza l’ironia per mettere in luce l’incontro-scontro tra tradizioni ed etnie diverse. Almanya – La mia famiglia va in Germania fa parte di questa categoria.
Nel film l’attrito culturale che scatena una valanga di risate è quello tra turchi e tedeschi. Come ci racconta la pellicola, 50 anni fa la Germania si accordò con la Turchia per “importare” manodopera per ricostruire il Paese dopo la Seconda guerra mondiale. Dal 1961 al 1973 approdarono in Germania più di due milioni di immigrati turchi: avrebbero dovuto fare dei turni di un paio d’anni e poi tornare a casa ma molti, alla fine, rimasero, furono raggiunti dalle famiglie d’origine oppure ne costruirono di nuove. Col risultato che oggi, in Germania, vivono 1 milione e 650 mila turchi.
Alternando passato e presente, intersecando le scene della famiglia turca Yilmaz negli anni ’60 e nei nostri giorni, ma anche la loro vita in Germania e l’avventuroso “pellegrinaggio on the road” verso la vecchia casa in Anatolia, il film costruisce un rocambolesco viaggio di tre generazioni tra affetto verso la nuova patria e nostalgia verso quella vecchia. Ma soprattutto, il film fotografa le idiosincrasie sia del popolo che accoglie, tra bisogno e diffidenza, sia del popolo che arriva e che deve adattarsi tra emancipazione e tradizione.
Campione d’incassi in patria con oltre 15 milioni di incasso, esportato un po’ in tutto il mondo dalla Finlandia a Singapore, Almanya – La mia famiglia va in Germania è un film genuino che si nutre dei ricordi veri delle due sorelle turco-tedesche Yesemin e Nesrin Samdereli, ossia la regista e la sceneggiatrice, una coppia artistica che la stampa tedesca ha già paragonato ai fratelli Coen. Il merito assoluto del film è infatti una certa autoironia di sapore ebraico che riesce a non vittimizzare né demonizzare l’immigrato.
Si ride, molto. Indimenticabili alcune scene, dallo sguardo basito dei bambini turchi quando per la prima volta incrociano un uomo tedesco che “si diverte” a portare a passeggio un topo (alias un cane bassotto) alle loro perplessità su quella strana sedia bianca che dovrebbe “accogliere” i loro bisogni fisiologici. O ancora, la magia di quel camion che mangiava i rifiuti e che, puntualissimo, appariva ogni mattina.
Certo gli stereotipi ci sono. Anzi, come già accadeva in Giù al Nord e Benvenuti al Sud, gli stereotipi sono lo scheletro del film; l’importante è riuscire a non rimanerne vittime ma lasciarsi sorprendere. Perché come spiega semplicemente la didascalia con cui si apre il film: «chiedevamo dei lavoratori, sono arrivate delle persone».

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Mi piace
L’esilarante e arguta autoironia con cui le due sorelle turco-tedesche Yesemin e Nesrin Samdereli hanno raccontato l’incontro-scontro tra queste due culture.

Non mi piace
La struttura corale e il continuo passaggio tra passato e presente che finisce per frammentare un po’ troppo la storia.

Consigliato a chi
A chi ha amato East Is East

Voto: 3/5

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