“La notte del giudizio” riuscì a riscuotere un discreto successo di pubblico e critica unendo al survival movie una critica politica non secondaria sottolineando come il benestare di una nazione potesse essere pagato solo con la potenza catartica della violenza. Violenza che si scatena, appunto, una notte all’anno, quando tutte le leggi vengono meno. Affascinante la metafora implicitamente riferita alla nostra società sempre più priva di morale.
In questo sequel gli orizzonti si allargano e la notte ci viene mostrata direttamente sulle strade di Los Angeles. A una potente prima mezz’ora di film, dove viene messa in gioco la critica portante (la notte come mezzo per sbarazzarsi dei costi del ceto medio-basso), si oppone oltre un’ora di sbadigli e situazioni prevedibili e ripetute all’infinito.
Cosa si può dire di un film che smette di essere interessante proprio quando invece dovrebbe ingranare? Semplicemente che la formula che ha funzionato per il primo film non può di certo reggere un franchise (già in programma il terzo capitolo). Inoltre fa arrabbiare la mancanza di coraggio in alcuni punti della trama (uno su tutti il finale): alcune scelte se prese in modo differente avrebbero potuto perlomeno stupire lo spettatore, che invece intuisce tutto in anticipo.
Oltre alla debolezza dell’idea in sé, la regia è anonima e i personaggi sono delle macchiette. Possibile che il film paghi pure l’assenza di bravi caratteristi (Frank Grillo l’unico all’altezza), ma sono sicuro che anche con altri attori questa recensione sarebbe stata comunque negativa.
Il regista James DeMonaco e il produttore Michael Bay hanno tentato (e stanno tentando) di percorrere una strada già percorsa da altri horror diventati franchise e come sempre il risultato è un prodotto deludente destinato ad attirare la massa (eccezion fatta per James Wan col suo “Insidious”). Puro consumismo di bassa qualità. Ma tanto questo non era il marchio di fabbrica di Bay?

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