Ant-Man, l’anti-Avenger

Un po’ MacGyver. Un po’ mancato elemento della banda di Danny Ocean. Supereroe più per amore dell’amata figlia Cassie che non per chissà quali ideali. Dimenticatevi le spacconate alla Iron Man. Cancellate dalla memoria l’esasperato senso di giustizia di Captain America. Epuratevi dalle insidie intergalattiche di Thor. Lui, l’uomo-formica Ant-Man è pronto per diventare il protagonista di una storia dove “le seconde occasioni non nascono dal nulla, ma vanno osservate con molta attenzione”… e cuore.

Scott Lang (Paul Ruud) è uno scassinatore. “Forse” più dotato di tanti altri. Comunque un uomo ai margini della società. A dispetto delle indubbie doti di ingegnere però, avere nel proprio curriculum anni di galera non depone certo a suo favore e infatti si ritrova a lavorare in una gelateria e convivere con il suo ex compagno di cella, il simpatico ma leale Luis (Michael Peña) che gli propone un nuovo lavoretto, non esattamente pulito. Ancora non sa che “qualcuno” ha fatto in modo che questa offerta gli arrivasse all’orecchio in modo da valutarne le capacità. Questo qualcuno altri non è che lo scienziato Hank Pym (Michael Douglas). Un uomo un tempo al centro del grandioso progetto dell’uomo-formica, poi scaricato per le classiche divergenze di utilizzo con tanto di benservito subito per mano (decisiva) della figlia Hope (Evangeline Lilly) e il suo ex-pupillo Darren Cross (Corey Stoll), dalle sembianze LexLuthoriane. Da scassinatore senza futuro Lang si ritrova così dentro un’avventura più “grande” di lui, potendo diventare minuscolo in un battito di ciglia e finendo per imparare a dialogare con le formiche, imparandone a riconosce le varie tipologie, correre e passare in mezzo alle serrature, colpire “MuhammadAlianamente” come una zanzara e ridiventare a grandezza naturale al momento giusto.

Rispetto ai passati cinecomics, in Ant-Man (2015, di Peytoon Reed) è la semplice umanità ad avere la meglio senza chissà quali super sudori-problemi esistenziali, ma basata esclusivamente sul rapporto padre-figlia, tanto tra Scott e Cassie quanto tra Pym e Hope. A emergere poi nella pellicola è anche un altro aspetto, quella della seconda chance. Un qualcosa di molto caro all’umanità. Un qualcosa capace di trasformare uno sconfitto/illuso in un vincente, o meglio, in un qualcuno capace di sacrificarsi per un bene più importante. E se nei Vendicatori la nuova possibilità sgorgava da una presa di coscienza collettiva, per Ant-Man è qualcosa che lui stesso non ha nemmeno cercato. Gli è quasi caduta addosso. Lui poi “ha solo fatto il resto”, andando anche oltre le speranze di chi ha creduto in lui e traducendo in realtà il motto “cambia te stesso e cambierai il mondo”. Ant-Man ha cominciato e anche i suoi detrattori se ne sono accorti. Adesso tocca a noi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film