Pollack e Lumet. Sono queste le radici cinematografiche del nuovo cinema impegnato statunitense che lavora di “modernariato” per confrontarsi con l’Oggi. Alfieri di questo cinema che mescola intrattenimento, thrilling, politica e Storia con la S maiuscola sono senz’altro l’accoppiata produttiva Clooney ed Heslov, che si cela dietro al terzo film da regista di Ben Affleck, sempre più a suo agio con la macchina da presa, dopo le brillanti prove di Gone Baby Gone e The Town.

Che ci troviamo negli anni ’70 ce lo rivela già il vecchio logo della Warner in testa al film. Che Argo sia un grande film di intrattenimento invece ce lo suggerisce subito il prologo, mix sapiente di fumetti e immagini di repertorio, che ci riepiloga l’antefatto alle vicende raccontate. Ovvero la destituzione dello scià Pahlavi, fantoccio degli States in Iran durante la presidenza di Jimmy Carter, e l’instaurazione del regime teocratico Khomeinista stabilito dalla rivoluzione popolare. È il 4 novembre 1979. A Teheran centinaia di iraniani si riversano per le strade ed entrano nell’ambasciata Usa, dove 55 americani vengono presi in ostaggio; ma sei funzionari riescono a scappare e si rifugiano presso l’ambasciata canadese. Il Governo si rivolge dunque alla C.IA. che si appoggia a un esperto di “esfiltrazioni”, tal Bobby Mendez (Affleck), un uomo solo e al limite dell’alcolismo a causa della separazione dalla moglie e della distanza dal figlio piccolo. Ed è proprio nel corso di una telefonata con il bambino appassionato di fantascienza, mentre entrambi stanno guardando Il pianeta delle scimmie, che Mendez ha l’idea chiave e al contempo folle con cui portare fuori i sei individui. Fingere di girare un film sci-fi in Iran, idea quanto mai credibili essendo passati appena due anni da che Lucas aveva scelto la Tunisia come set del successo planetario Star Wars. Quel film si chiamerà Argo e si rifarà a tutto quel che all’epoca era fantascienza. Ma per dare credibilità all’operazione serve la cooperazione di Hollywood: non la vecchia Hollywood la cui scritta è ormai distrutta e bruciata, ma quella nuova partita allora e giunta fino a oggi, quella dei blockbuster commerciali e spinti a forza di squilli di fanfara.

Affleck,con uno script così complesso e stratificato tra le mani, compie un lavoro calibratissimo e dettagliato, che ne testimonia la maturità e prospetta per lui un futuro luminoso come regista. Il film parte come ricostruzione storica, prosegue come farsa e diventa un thriller hitchcockiano pieno di tensione alla fine. Eppure il bilanciamento tra i tre registri non risulta mai disequilibrato. Il film sembra molto classico, anche per merito di un lavoro straordinario e dettagliatissimo del direttore della fotografia Rodrigo Prieto, che ci immerge con tutta la testa nei gloriosi Seventies, ma il focus della riflessione è puntato sull’Oggi, come dicevamo all’inizio. Carter durante la cosidetta “crisi degli ostaggi” stabilì una linea di condotta del Governo che è giunta immutata fino al presente e rispetto alla quale il film si dimostra molto critico, con tanto di svariate stoccate alla Casa Bianca e alla C.I.A.

Argo non sbandiera patriottismo, ma nelle scelte e nell’etica del suo protagonista resistuisce dignità a tutto un popolo e in questo senso è profondamente americano, nonostante riconosca le grosse responsabilità degli Usa rispetto alle derive della società iraniana. E contemporaneamente è una riflessione molto efficace sulla strumentalizzazione dei media: straordinario il parallelismo tra l’operazione marketing-bufala hollywoodiana e la finta esecuzione degli ostaggi, con la voce della ribelle iraniana che si intreccia a quella dell’attrice americana che recita il suo bizzarro copione. Come tutti i film che raccontano la Storia ha naturalmente l’unico difetto di non poter ambire a un finale davvero misterioso, diluendo così in l’impatto emozionale delle vicende – la cui intensità raggiunge comunque lo spettatore, specie nel finale. Stiamo parlando di vicende che solo dal 1997, da quando cioè Clinton ha tolto loro il titolo di “classified” (top secret) sono diventate di pubblico dominio.

Le lodi finali vanno tutte al cast, che – oltre a un protagonista che lavora sui semitoni e su un generale senso di mestizia – offre le interpretazioni brillantissime di Alan Arkin e John Goodman e quella molto grintosa di Bryan Cranston.

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Mi piace: l’architettura sapiente del film e il cast strepitoso.

Non mi piace: l’esito “scontato” del film.

Consigliato a chi:ama il cinema di Pollack e Lumet, e del loro erede Clooney

VOTO: 4/5

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