“Assassinio sull’Orient Express” (Murder On the Orient Express, 2017) è il sedicimo lungometraggio del regista-attore Kenneth Branagh.
Ed ecco che dalla bella Instabul parte il treno del logo magnetico dei libri di Agatha Christie… un fervore di prelazione del set dove il nostro investigatore entra di lusso, con il caso del furto al Santo Sepolcro, di fronte al Muro del pianto di Gerusalemme. Prima di arrivare in traghetto verso il luogo deputato al ‘mostre assassinio..’..
La rappresentazione dell’incastro perfetto della scrittrice gialla per antonomasia sul grande schermo non è assolutamente facile. Il non detto, il non visto, le sfumature, i visi, gli sguardi e i ferma immagini (scritti e pensati, visti e sognati) sono linearità offuscate dalla mano che tende verso un giudizio più o meno monco e più o meno tergiversante.
Dopo questa pellicola l’Hercule Poirot può essere gradevole nel non essere uguale a se stesso (si intende dire quello che appare nelle varie trasposizioni piccolo-grande schermo) per non deludere il popolo giallista della scrittrice inglese. Per chi scrive l’incipit sembrerebbe gradevole e podista ma ci si accorge che il vezzo di esserci e essere in gran forma (non certo come Peter Ustinov…per stazza) per presentarsi bene da il gusto già di pesantezza (quella vera) per appropriarsi dello schermo e della sua (acuta) intelligenza riposta bene tra le cellule grigie. E la colazione val bene una corsa e un inizio di posa per due uova corroboranti e di ugual misura. Ma si lasciano sopra al tavolo per farle gustare ad altri…
E poi si legge (da Agatha Christie) che il personaggio Poirot non è molto alto, grassoccio, capelli radi, con una certa età non specificata e baffi da militare attorcigliati. Da queste piccole descrizioni si deduce che il volto dell’investigatore (Kenneth Branagh) somiglia pochissimo a se stesso e il corpo e i modi parrebbe più vero (o vicino) l’attore David Sauchet che sul piccolo schermo lo ha rappresentato in lungo e largo per decine di episodi (tra cui un ‘Assassinio sull’Orient Express’ del 2010). Comunque è anche vero che Albert Finney, nella trasposizione del 1974 di Sidney Lumet, rimane l’epigono e immaginario Poirot di una storia che conosciamo a memoria con una schiera di attori irripetibile. Si deve dire che il film in questione ha un modo serrato e congruo che non ritroviamo nel film di Kenneth Branagh. Ma si dice è meglio non fare paragoni, ma nello stesso tempo il set e il controcampo fuori dice tutto in un film del genere dove i luoghi sono stretti tra corridoi e cabine appena gestibili per due persone figurarsi per delle riprese. E allora cosa fa il regista in questa nuova versione?: ripresa in carrellata del treno e del passaggio dell’investigatore, riprese dall’alto del luogo omicida, corridoi in lungo seguendo da destra o sinistra, interrogatori a treno fermo da fermo immagine e finale accusatorio sotto una galleria per parvenza simile a quella teatrale, inseguimento e dialoghi sopra il manto nevoso neanche fossimo in un campo da golf. Il teatro ripreso con le movenze di un cinema chiuso e limitato e con il cast costretto a districarsi tra dialoghi brevi e luoghi non proprio congeniali.
Ecco che i personaggi accusati a accusanti diventano ‘statuarie’ e ‘neoclassiche’ con posture fine a se stesse: nessuna sbavatura d’eccellenza o di grande smalto narrativo. I volti femminili sembrano ricordarsi con Daisy Ridley (Mary) che riempie lo schermo appena viene proposta.
Film in cui l’effetto della combinazione omicida è una causa di accumuli dove ogni segnale e dettaglio viene posto allo spettatore come indizi voluti e non nascosti nella mente dì Poirot . Quindi sembrerebbe routine di autocompiacimento recitativo di Branagh…che va oltre ogni ambito ristretto di una convinzione (forse) personale che i baffi sono prerogativa e iniziativa di buon gusto al palcoscenico delle nevi.
La pellicola tende al vuoto di considerazioni letterarie e il gioco virtuosistico della scrittrice diventa assiomatico per la ‘verve’ personale dell’attore inglese: poco da nascondere ma indizi da manifestare . E poi si aggiunge quello che è impossibile per l’investigatore per eccellenza: passo fulminante, corsa atletica e follia inseguimento tra le strutture di un ponte. E poi l’altezza: ma siamo sicuri che Poirot non soffra di vertigini? Un interrogatorio viene fatto in un vagone con la portiera aperta e un vuoto sottostante non da poco (certo l’inquadratura esterna e l’interno fanno bello il set ma meno lo sguardo verso il personaggio in questione). Si ricorda che in ‘Assassinio sul Nilo’ e ‘Delitto sotto il Sole’ Peter Ustinov nelle vesti di Hercule manifesta un certo ribrezzo per le grandi altezze (resti archeologici e precipizio sul mare: le due scene sono alquanto emblematiche).
Quindi l’esagerato smacco glamour-effetto verso quello che è un libro classico ha portato, per chi scrive, ad una privazione di vera suspence e di godimento dei vari volti tra rughe nascoste e armadi con scheletri ammantati. Un gioco di vita e morte. E il volto di Poirot…sconfitto nelle parole di Branagh trovano forza in un minimo di schematismo finale. Il distacco dallo schermo (quasi una partenza…per la prossima storia che si accenna nelle ultime parole) diventa fosco e improprio, lacerato e scudo di un treno che si perde nella notte come il cadavere e il volto (totale) di un assassinio sui generis.
Ciò che perde questa pellicola ritrova la forza narrativa e pregnante nell’opera di Lumet del 1974 che resta impressa nella memoria. E poi il luogo del ‘sogno’ di inizio novecento, il treno della memoria e dei luoghi perduti si ritrova fermo e impacciato mentre d’alto una valanga soverchia il racconto e ipnotizza il cast in un androne ‘tunnel’ dove lo schieramento in posa parrebbe una lugubre-glaciale stantia cena ancora da servire.
Cast: Kenneth Branagh (Poirot) si ricuce l’abito giusto un po’ meno il personaggio giusto (eccesso parossistico nei baffi radar); Willem Dafoe (Gerhard) ha l’aria sbattuta di un professore ancora da studio; Judi Dench (Natalia) lima al meglio il suo volto per non farlo dimenticare ma propone sguardi e dialoghi minimi; Johnny Depp (Samuel Ratchett/John Cassetti) si aiuta da solo al poco da farsi perdonare per un cartellino timbrato in anticipo. E poi Penélope Cruz (Pilar) e Michell Pfeiffer (Caroline) masticano amaro nei dialoghi, mentre Daisy Ridley (Mary Debenham) arriva oltre con misura e freschezza.
Regia di Branagh passionale ma non priva di eccesso inutile, pastosamente artificiosa. Il teatro scekhspiriano e il classico delitto non si sono ben incontrati.
Voto:5,5/10.

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