Il concetto di spazio liminale non è un’invenzione figlia della generazione alpha, ma appartiene al secolo scorso, addirittura con radici pittoriche nostrane.
Difatti tra i primi artisti ad aver dato vita ad ambientazioni spoglie, le cui architetture surreali si inseriscono in un vuoto sconfortante, vi è senz’altro Giorgio De Chirico. L’Enigma di Un Giorno, nelle sue prospettive volutamente irrealistiche, ne è un esempio chiave.
Anche nella settima arte, che ha sempre attinto a piene mani dalle arti precedenti, si trovano applicazioni di questi spazi allo scopo di suscitare tensione: basti pensare alla celeberrima sequenza delle gemelle in Shining, che sfrutta l’impossibilità di fuga di uno stretto e deserto corridoio d’hotel.
Proprio da questo concetto nasce Backrooms, fortunatissima serie di video disponibile su Youtube ad opera dell’allora sedicenne Kane Parsons, che ha saputo, a partire da un found footage anche piuttosto semplice nella sua impostazione, costruire un worldbuilding solido e atmosfere inquietanti prive di facili jumpscares.
Era naturale che questo fenomeno venisse notato dal cinema, tanto che a volerlo adattare ci sono ben tre nomi dell’horror e del fantasy moderno: James Wan, Osgood Perkins e Shawn Levy, tutti figuranti come produttori.
Dovendo adeguarsi alle dinamiche di un medium differente, il prodotto originale subisce inevitabilmente un’espansione, rendendolo appetibile per una narrazione convenzionale, senza personaggi usa e getta che non si limitano al ruolo di ingranaggi di una macchina enigmatica.
Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor non sono infatti semplici figuranti, bensì delle estensioni dello stesso meccanismo Backrooms: il loro background coinvolge clausure psicologiche (Ejiofor) e letterali (Reinsve) che trovano in questi spazi indefiniti un’opportunità di rivalsa come una manifestazione dei propri incubi del passato.
Questo ampliamento dello spessore avvicina pericolosamente l’adattamento a un’ennesima applicazione dello schema elevated horror. L’indagine introspettiva di Parsons costituisce un forte elemento inedito alla trasposizione, ma in qualche modo demistifica l’enigma dietro questi ambienti, inserendosi in una tendenza alla totalizzante giustificazione di ogni traccia di surreale.
L’ingenuità (legittima) del regista si intravede anche nel momento in cui esce dalla forma del “filmato ritrovato” per adoperare una modalità più staged di generare tensione, arrivando comunque al risultato sperato. Ciò che prima era generato da coordinate specifiche ed efficaci (come la nebulosità imparziale dell’immagine) ora è lasciato prevalentemente in mano a schemi rappresentativi ormai interiorizzati dai fruitori seriali di horror.
Sostiene l’impresa un impianto tecnico solido, a cominciare da una colonna sonora variegata e d’impatto, riuscendo ad evocare l’atmosfera necessaria senza il solito sopportabile abuso di bassi.
Backrooms presenta quindi certi limiti propri dell’esordio cinematografico basato sulla rimediazione di un progetto già esistente in forma breve, ma senz’altro accende la curiosità sulla prossima mossa di questo nuovo interessante sguardo.
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