“Barry Seal. Una storia americana” (America Made, 2017) è il decimo lungometraggio del regista newyorkese Doug Liman.
“Avete costruito un caveau per me?”, “No…per lei abbiamo riservato il caveau principale!”, “Ho capito…”. Certamente Barry ha bisogno di molto spazio per mettere il suo guadagno: tanta carta moneta da far impazzire la famiglia e i suoi nascondigli, la banca e i suoi depositi continui, senza sosta e senza pause.
Si racconta la storia del criminale, contrabbandiere e pilota di aerei, Barry Seal che negli anni ottanta fa incetta di guadagni spropositati con mercato di droga e armi, informatore per la DEA e spia dei guerriglieri sandinisti in Nicaragua. La sua fama di pilota (della Trans World Airlines) e dei più bravi subito fa presa per mercati illegali e valigette piene di dollari; la politica, quella che conta (da Clinton a Reagan), ne fa buon uso per avere notizie di prima mano. Insomma come si usa dire tra l’incudine e il martello ma Barry ‘non sbaglia un colpo’ (come dice e si fa dire) e non molla mai la presa. Certo finché fa comodo a tutti. E il tutto è troppo per tutti: il criminale Seal si ritrova sempre con, le canne puntate per non finire in bene.

Nella ricostruzione baldanzosa, gustosa e, per molti versi, bizzarra la storia racconta il vero prendendo in giro tutti, gli States, il suo sogno oramai (s)finito, la politica e l’illegalità: la poltiglia è ben mescolata per non dimenticare nessuno. L’intento è un sano sberleffo di un’ironia (da commedia) contaminante, un gioco tra amici e compari tra pallottole, polvere bianca e discorsi pomposamente nulli. Pare tutto una farsa, un cartoon ante-litteram: infatti, con non curanza e alquanto strafottente, il nostro eroe (si fa per dire) si racconta (e il regista per lui) nei suoi giri ‘turistici’ con un fumetto con tutte le traiettorie. Divertente, istrionicamente frivolo e didattico solo per rallegrarci (niente di ciò…) delle sue giostre orribili e della corruzione senza senno. La morte pare essere bella come il fiume di denaro e la vita schiusa da ogni regola. Barry e il suo battersi le mani.

‘Questo è un Grande Paese’, ripete spesso Seals, quasi a dire che tutto è lecito e permesso. I sogni si avverano: ma la metafora finisce lì. E la valigetta di denaro aperta con modo spocchioso ….e il ’vorrei aprire un conto..’ pare uno stop a tutto. Arriva il nostro! Una presa in gira a tanto ‘soccorso’ cinematografico di un’America lontana dal bianco e nero e dalle cavalcate ‘fordiane’. E il confine diventa larghissimo per scali aerei, rifornimenti e viaggi fuori portata con un pieno di dollari.
Tom Cruise pare ringiovanito (nel possibile) con questi film di ‘fatta autoironia’ raccontandoci fatti e misfatti, corruzione e politica, di un Paese che mostra una buona facciata ma nasconde rivoli, schiume e disastri in alto loco. La ‘politica’ di convenienza comunque e dovunque, pur di avere notizie, pur di vincere, pur prendere il potere, pur di mostrarsi forti, fa effetto elettorale (purtroppo) ma lascia dei danni e dei segni difficilmente riparabili. Il ‘top gun’ (di reaganiana memoria) mostra il sorriso (sornione … come se avesse vent’anni) per ritornare in volo (perché ‘non sbaglia un colpo’ come ripete spesso) e mostrarci il contraltare di ciò che il ‘Grande Paese’ ha tenuto in serbo per mostrarci la corruzione a molti livelli. Il danaro che scorre pare uno ‘scorsesiano’ afflato verso ‘quei bravi ragazzi’ da cui (però) come linguaggio e stile siamo lontani.

Regia di Doug Liman comoda e ad hoc per l’attore conosciuto, dando la macchina da presa al suo volto e ai suoi modi. Manca il cambio di passo e di tono di ciò che si sta dicendo: Tom Cruise è ‘vispo’ ma non ha tutti crismi per lasciare il segno del suo personaggio e dell’aperitivo ‘anni d’oro’ (per lui). La cerchia che gli ruota attorno: Sarah Wright (Deborah Seal), Domhnall Gleeson (Monty Schafer), sceriffo e altri sono al gioco per rendere il film godibile per un pomeriggio (da riposo).
Voto: 6½/10.

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