I vecchi leoni sanno ancora ruggire. Diego Abatantuono è un veterano del cinema e della commedia italiana e il suo talento continua a metterlo al servizio di ciò che ama fare di più. La risata made in Italy non può che ringraziarlo, in attesa che le nuove leve – eccezion fatta per fenomeni come Zalone, Siani, o il più “recente” Edoardo Leo – ne raccolgano il testimone. Così, in un film come Belli di papà che si fonda proprio sul mix generazionale, è sempre lui a rubare la scena. Con una battuta, uno sguardo, la mimica. D’altra parte, se impedisci anche a un debuttante su grande schermo come Francesco Facchinetti (qui, il villain) di non sfigurare in scena, qualcosa devi pur saperla fare. E Abatantuono, in quanto a tempi comici ed esperienza, non è secondo a nessuno. Il suo personaggio nel film, un padre vedovo e benestante con tre figli viziatissimi e nullafacenti, gli calza come un vestito su misura e, sebbene non passerà alla storia come tanti altri della sua filmografia, è più ricco di sfumature di quanto si pensi. Perché la sceneggiatura di Guido Chiesa (Quo vadis baby?, Io sono con te) parte da un soggetto potenzialmente valido, fondata sul rapporto tra genitori e figli. Che in questo caso passano dalla Milano bene (e “da bere”) alla Puglia più rurale, dove per tirare avanti devi per forza di cose lavorare. Colpa (o merito) di un’idea del pater familias – che comunque qualche scheletro nell’armadio lo nasconde -, stufo di vedere la sua prole sprecare la vita dietro beni materiali.

Il film, però, presenta quello che poi è il limite della commedia italiana di oggi: non riesce a trovare profondità, emotiva e narrativa. Senza contare che lo scontro tra nord e sud è una tematica già sfruttata abbondantemente dal genere e qui non aggiunge nulla di nuovo a quanto visto in film come Benvenuti al sud, per fare un esempio. Ma il cuore dovrebbe essere la relazione conflittuale tra un padre e i suoi figli ed è qui che Belli di papà pecca davvero, perché le frizioni tra i protagonisti si sviluppano all’interno di una superficialità di fondo a volte fastidiosa. Il cast di supporto – la bellissima Matilde Gioli di Il capitale umano, Andrea Pisani, uno dei volti dei Panpers di Colorado, e il quasi esordiente Francesco Di Raimondo – avrebbe anche la qualità per dire la sua, ma è incastrato in figure costruite su stereotipi giganteschi (i “bamboccioni”), che vanno dalla ragazza snob amante dello shopping al milanesotto superstar dell’aperitivo (dobbiamo ancora inquadrare il giovane studente di psicologia con un debole per le Milf…).

Fortuna che per loro c’è una guida sapiente sempre pronta a condurli nei vari cambi di registro del film, che vorrebbe fondere comico e drammatico senza però riuscire al 100% nell’impresa. E allora, che la commedia italiana continui a essere un “paese per vecchi”, in attesa di quel rinnovamento tanto auspicato e sinora emerso solo a tratti.

Leggi la nostra intervista a Diego Abatantuono per Belli di papà

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Mi piace:
Abatantuono è il solito mattatore: tiene il film in piedi da solo.

Non mi piace:
Personaggi stereotipati e dinamiche conflittuali prevedibili.

Consigliato a chi:
Ama Abatantuono e vorrebbe dare una svegliata ai suoi figli.

Voto: 2/5

 

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