“Belli di Papà” (2015) è il settimo lungometraggio del regista torinese Guido Chiesa.
E il cinema italiano cerca di ‘lisciare il pelo’ allo spettatore inerte e inamovibile da casa con una commedia di appeal gradevole e una storia credibilmente veritiera in un paese dove ogni lustro pare parlare di crisi e della settima arte. Niente svolazzo pindarico o eccessi cinici della commedia che fu o , ancora, un gusto personale che non soggiace a luoghi comuni e a turismi locali (con sponsorizzazioni talmente evidenti che pare certe volte un luogo non comune da visitare) per un film che si vede con piacere senza dimenticarselo dopo un’ora dall’uscita (in sala ‘scoperta’ e senza Halloween con una serata da oltre 150 persone su 600 posti disponibili).
Il biglietto in multisala è anche ridotto con tessera quindi va benissimo un film da ‘ridere’ senza rimpiangere il tempo perso: è Abatantuono che tira il tutto dall’inizio alla fine con i comprimari che cercano di tenergli il passo e una regia che (forse) non s’accorge di quello che potrebbe ricavarne se non fosse alquanto titubante nel lasciarsi andare e svariare il movimento della camera.

Vincenzo è un imprenditore, ricco e benestante, rimasto solo dopo la morte della moglie e con tre figli da mantenere perché di vero lavoro non sanno cosa ‘farne’. E in più la figlia vuole sposarsi il ‘coglione’ Loris (come viene elegantemente chiamato dall’imprenditore) che ama la bella vita e non osa tirarsi su le maniche (seriamente). Un bel quadretto familiare pieno di ‘lavativi’ e ‘idee-molte’ ma con poco costrutto e vera alchimia del sudare-guadagnare. D’altronde ci si può iscriversi all’Università (Andrea) senza fare esami per due anni e andare con le cinquantenni oppure avere genialità (Matteo) senza senso (perché non coprire le vecchie auto con scocche da ottomila euro per farle vedere come Maserati…) per intascare soldi da qualche vero sprovveduto.
Ed ecco che si inscena l’arrivo in forze della Guardia di Finanza (elicotteri, auto, megafoni e luci a tutto spiano) per la bancarotta della società e la (reale) possibilità dell’arresto di Vincenzo. La fuga è con una vecchia Panda, ricoperta di foglie e polvere, per l’arrivo a Taranto nella casa abbandonata e intristita dove abitava la madre. E così i ‘bamboccioni’ spendaccioni si ritrovano ad una nuova vita e a sporcarsi le mani con il lavoro. Tutto (o quasi) pianificato dal papà che ha qualcosa da nascondere.

La pellicola parte benissimo e la prima mezz’ora è azzeccata e godibile (pur con qualche insistenza) pur rimanendo dentro ad un ‘uomo-solo’ che recita da par suo con effervescenze e giusti toni. L’entrata in ‘ditta’ (iniziale) di Vincenzo (Abatantuono) con la camminata nel corridoio-ufficio è efficace e pare (siamo nei modi) l’incipit di una comica con il ‘grande’ Oliver Hardy (con le distanze dovute naturalmente) ma con il post-modernismo in agguato con gli ‘striscianti’ eufemismi di una società repressa e auto-coccolante. Il viaggio, l’arrivo e la vecchia casa allargano il giro della commedia mentre i piccoli incontri (lavorativi e non) sono mediamente passabili (con poca verve narrativa e registica) fino ad un epilogo (di incontri) molto pilotato e poco incisivo. Il finale che aspetti con qualche battuta di troppo. Il fallimento sì-no. Il matrimonio sì-no, la riunione sì-no e la parola sulla bocca di Vincenzo (chi dice ‘coglione’ agli altri….).

Diego Abatatuono (in giusta misura) vale il biglietto del film, il resto meno; l’inizio può promettere qualcosa di nuovo nel cinema di oggi (tra intellettualismi da festival e storie melense) ma nulla più se si ‘tira la giacca’ al produttore e/o regista per luoghi da sponsorizzare e ultra-pubblicità nei titoli (tv, banche, regioni e quant’altro …). Piace al minimo per non dire subito da dimenticare.
La regia è semplice(mente) (e) regolare. Il livello degli attori di contorno pare meglio del previsto (o prevedibile … come si desidera).
Voto: 6.

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