Biancaneve e il cacciatore, con un cast alla star in cui spiccano Kristen “Bella” Stewart, Chris “Thor” Hemsworth e Charlize “Prometheus” Theron, è un fantasy curato e ambizioso, dietro cui si riconosce uno sforzo produttivo notevole e un onesto lavoro registico e di sceneggiatura, a cui però manca quel quid che rende un’opera indimenticabile.
Specie il genere fantasy, col suo patto di sospensione d’incredulità totale con lo spettatore, deve essere capace di suscitare forti emozioni (quanto abbiamo pianto con La storia infinita?, quanto abbiamo sognato con Legend?).
Questo decennio, poi, è stato inaugurato da una saga imprescindibile come Il signore degli anelli ed è naturale parametrarsi a essa nell’accostarsi a un kolossal fantasy come Biancaneve e il cacciatore di Rupert Sanders. Che soprattutto nelle parti che coinvolgono la regina cattiva Ravenna, riesce a creare uno stile molto personale, ma che in generale rimane intrappolato nelle suggestioni del genere, dando vita a un’opera fortemente citazionista.

Once Upon a Time, C’era una volta… Parte nel più tradizionale dei modi, con la voce narrante che fa il riepilogo degli antefatti, la favola della sfortunata principessa. E non è possibile non pensare a Jackson e all’incipit della saga neozelandese mentre il voice over svolge i primi diciassette anni di vita della fanciulla. Lo schema narrativo rispetto al canovaccio dei fratelli Grimm, pur rimanendo lineare e piacevolmente facile da seguire, viene arricchito e stratificato da una sceneggiatura che va a ripescare anche le motivazioni profonde dei comportamenti dei personaggi, in particolare della regina spietata Ravenna (Charlize Theron) accecata dal suo odio freudiano nei confronti degli uomini, che in più monologhi emergono come spietati sfruttatori delle donne, valide finché belle e giovani, “da rottamare” e sostituire quando appassiscono. Da qui il patto faustiano col lato oscuro della magia – l’anima in cambio della bellezza esteriore – che ha contrassegnato l’esistenza di Ravenna sin da bambina. Per rimanere forever young si nutre del cuore delle creature giovani (animali o umane), e ne succhia il respiro vitale perpetuando fascino e potere. Un’esistenza senza possibilità di redenzione, che la fa oscillare tra splendore e decadenza, aiutata dal fratello perfido e inquietante Finn (Samuel Sprell), un villain viscido e inquietante con cui intrattiene un rapporto incestuoso molto intrigante.

Tra lei e i suoi sogni di gloria si frappone un unico ostacolo: la bella Biancaneve dal cuore puro – che con il suo fiorire sottrae energia e potere a Ravenna – imponendole di sbarazzarsene, ingaggiando il Cacciatore. Che nella fattispecie di questa storia è l’australiano Chris Hemsworth, ovvero il Thor degli Avengers, qui nei panni di un rozzo ubriacone dalla mano pesante che ama alzare il gomito per dimenticare la perdita della moglie. Non solo non ucciderà la ragazza, ma si deciderà a proteggerla, perché toccato profondamente dalla sua purezza. Col procedere della storia, infatti, la ragazza si allontanerà dall’iconografia classica, diventando più simbolo che personaggio.

Biancaneve e il cacciatore pesca a piene mani dal meglio del genere, frullando citazioni, in modo più conscio che inconscio. Non manca nulla: il cavallo che annega nel fango come l’Artax de La storia infinita (ma la cui morte lascia del tutto indifferenti), i fantasmi neri della foresta oscura che ricordano i Dissennatori di Harry Potter, i nani baffuti con i loro racconti del tempo che fu alla Gimli, un Cervo bianco simbolo di purezza che fa riecheggiare in un attimo Narnia e tutto il suo universo di simbolismi religiosi e cristologici, per i quali Biancaneve assume il ruolo di prescelta e salvatrice, diventando tutto d’un tratto un’ispirata Giovanna D’arco in armatura, come già mostrato nel trailer e nelle varie photogallery del film. Ma ahimé la Stewart, che da poco ci aveva offerto un’ottima interpretazione in On the Road, pur non sfigurando, non ha il carisma per trascinare una rivoluzione.

Là dove invece il film tocca sempre le vette più alte è quando sullo schermo campeggia la Theron, che intrattiene col suo specchio magico un rapporto che non può non rievocare la morbosa schizofrenia del protagonista de Il ritratto di Dorian Grey di wildiana memoria. Ravenna confessa fisicamente la sua disumanità: si scioglie in pece nera, avvizzisce e rifiorisce ogni istante, quando viene colpita si sfalda per poi moltiplicarsi in mille corvi neri, estrae il piccolo cuore da animali indifesi con unghie metalliche, si macera in una consunzione contrassegnata da una malinconia e una disperazione senza fine, fa terra bruciata di tutto ciò che la circonda, facendo germinare vermi e scarafaggi quasi potesse generare la morte. Una delle migliori cattive viste finora sullo schermo, dilaniata dai suoi mostri interiori.

Nel complesso il film, dopo un incipit molto forte, alterna momenti che rapiscono lo spettatore ad altri più neutri, non riuscendo a raggiungere il giusto bilanciamento emotivo. Specie nel finale avrebbe avuto bisogno di una marcia in più, ma dal punto di vista visivo cattura l’attenzione con uno stile dark in odore di Del Toro che rimarrà nella memoria.

Leggi la trama e guarda il trailer del film

Mi piace: la straordinaria interpretazione di Charlize Theron. Lo stile visivo molto dark.

Non mi piace: le citazioni troppo riconoscibili. La presa emotiva fiacca.

Consigliato a chi: agli amanti del genere fantasy e ai fan della Stewart

 VOTO: 3/5

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