Legg’un po’ ovunque che l’indecisione registic’a dare alla gangster story un taglio preciso purchessia, epico, intimista, sociale, metaforico, sia stata salvat’in corner dal ritorno di Depp a un ruol’impegnato dopo la sin troppo lunga parentesi fra cose disneyane, burtoniane, improbabili commedie, ecc. Eppure, se il suo James “Whitey” Bulger non si dimentica è ancora per il mascheramento eccessivo, il makeup innaturale, le lent’a contatt’azzurre, il naso e i capelli posticci da pasticciaccio in cui a far’il monaco sarebbe sufficiente l’abito e non i connotati psico-caratteriali. Così predomina “l’attore sul personaggio, l’interpretazione sulla finzione”. Sono stati condotti anche troppi raffronti cogl’affreschi di Mann, Scorsese, Coppola, De Palma, Leone, “I Soprano”. Mi limiterei al Depp di Dillinger che Mann rappresentò come moderno Robin Hood anticapitalista, e al “Fratelli” d’Abel Ferrara (1996) con le sue riflessioni vertiginose, mentre qui latitano entrambi gl’aspetti. Scott Cooper è un filmaker “classico, minimalista, lontano da fronzoli autoriali”, che forse si trova più a suo agio e dà il meglio di sé con plot e script in sintonia col proprio universo poetico (il dignitoso “Crazy Heart” del 2009), e invece si perde nella magniloquenza hollywoodiana d’un biopic mirante al blockbuster per lunghezza (122 minuti) e costi (53 milioni di dollari). Cast stellare con Joel Edgerton, Dakota Johnson, Peter Sarsgaard, Kevin Bacon, Benedict Cumberbatch sostanzialmente sottutilizzati quanto Depp.

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