Denis Villeneuve, regista di Prisoners e del recentissimo Arrival, sfida se stesso con Blade Runner 2049, ardito sequel del capolavoro assoluto del 1982 girato da Ridley Scott. Il confronto tra i due lavori è inevitabile quanto inutile: due epoche diverse e un paragone che a prescindere avrebbe visto perdere Villeneue, dimostratosi magistrale nel far viaggiare la sua opera su binari personali e autonomi, superando la prova brillantemente.
Anno 2049. Il blade runner, Agente K (Ryan Gosling) della polizia di Los Angeles agisce a trent’anni di distanza da Deckart (Harrison Ford). La Tyrell è ormai fallita, i suoi replicanti dichiarati fuori legge, ma Niander Wallace (Jared Leto) riesce a riprendere il progetto dichiarando di essere capace di realizzare “lavori in pelle” perfetti e obbedienti. Durante una missione K ha a che fare con un vecchio Nexus da eliminare, ma scopre qualcosa che fa vacillare tutte le sue certezze. Deve, quindi, indagare più a fondo per scoprire la verità circa il proprio passato.
Blade Runner 2049 è innanzitutto un omaggio prima che un sequel, un ritorno ammirato e ammirevole a quelle atmosfere della Los Angeles del 1982, o meglio del 2019, dove pioggia battente e oscurità perenne camminavano a braccetto con una tecnologia super avanzata e un’umanità al collasso. Denis Villeneuve riprende, in parte, quella dimensione a cui ne unisce un’altra grazie alla quale si riescono a percepire gli anni trascorsi.
L’Agente K si muove in una città che pare più affollata di edifici altissimi e fatiscenti che di persone. Il personaggio di Ryan Gosling eredita lo scettro di Blade Runner dal Rick Deckard di Harrison Ford e si immerge in un’avventura per certi versi parallela a quella del suo predecessore.
L’umanità, intesa come modo di sentire proprio di un essere vivente, è sempre un tema di forte attrazione. La prospettiva assunta da Villeneuve mette in primo piano una domanda dal fascino millenario: cos’è che ci rende davvero umani? Le nostre origini, i ricordi di un tempo passato?
La Tyrell prima e la società di Niander Wallace poi, creano esseri il cui unico scopo è quello di obbedire, ma il fatto che questi esseri posseggano una propria intelligenza, pure tenuta periodicamente sotto controllo e sopita, li rende capaci di apprezzare il miracolo della vita.
Non sono, dunque, i replicanti più umani degli umani stessi? L’uomo rappresentato in Blade Runner 2049 vive passivamente in una società che è da tempo caduta in rovina, ha sperperato le risorse, compromesso l’ambiente, ridotto l’essere umano ad un inerme incassatore assuefatto dal decadimento che divora chi non fa della propria vita un’occasione irripetibile. I replicanti non sono altro quello che gli umani dovrebbero essere: coscienti di una spietata condizione, padroni del proprio destino e pronti a sovvertire l’ordine costituito.
Villeneuve omaggia, ringrazia e poi si discosta con ossequioso rispetto dall’inarrivabile prequel, marcando la nuova opera con la sua impronta inconfondibile, fatta di tempi dilatati ma pieni di senso e di una storia che invita a farsi svelare. Il regista canadese, maestro dei colpi di scena, scopre le carte, poi magistralmente le rimescola, confondendo e appassionando lo spettatore.
Memorabili resteranno alcune scene girate in cornici scenografiche pregevoli, in cui si respira un’aria intrisa di un passato buio, ma che pure ha avuto lampi di luce.
Ryan Gosling: Agente K
Freddo e duro come in Drive di Refn, Gosling si conferma, ancora una volta, tra i migliori attori in circolazione. Il suo Agente K vive per lavorare, disprezzato per ciò che fa, condivide l’appartamento con una donna-ologramma di nome Joi (Ana de Armas), progettata per dare affetto in un mondo che ha dimenticato l’importanza dei legami. K comunica soprattutto con la sua fisicità più che con la parola, esegue ordini e avverte un profondo turbamento a causa di ciò che scopre. Il turbinio di emozioni mai provate che lo coinvolge gli fa accantonare ogni altra cosa, l’unico scopo adesso è dare un senso alla sua vita.
Harrison Ford: Rick Deckard
Il peso degli anni si avverte sin dalla prima inquadratura che lo vede protagonista. Rick Deckard è il simbolo di un’umanità che ha perso tutto, un uomo rassegnato, consapevole di essere riuscito ad amare laddove il sistema pareva impedirlo.
Jared Leto e Sylvia Hoeks / Neander Wallace e Luv
Il ricco e potente Neander Wallace compare poco in scena, ma tanto basta per trasmettere ogni volta la sua aura negativa allo spettatore. La sua cecità, la lentezza nei movimenti e nel modo di parlare rendono bene l’immagine di un uomo complesso, tormentato, ossessionato e spietato.
Sylvia Hoeks, nei panni Luv, umile serva di Wallace, colpisce per la sua interpretazione intensa ed espressiva. La devozione smisurata nei confronti di Wallace, suo creatore, la rende una macchina spietata e disposta a tutto.
Blade Runner 2049 è forse uno dei film più riusciti degli ultimi anni. L’opera di Villeneuve non è, come è ovvio, ai livelli del capolavoro di Scott, ma ha il grande merito di fregiarsi di una propria identità e, in parte, di distaccarsi dall’opera madre, dando vita ad un universo pronto d’ora in avanti a camminare anche da solo.

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