The Blair Witch Project un suo sequel l’aveva già avuto nel 2000, un anno dopo cioè l’uscita del film che avrebbe dato il là al fertilissimo terreno degli horror found footage. Il follow up – che abbandonava lo stile da mockumentary del capitolo precedente – non ci ha però messo molto a finire nel dimenticatoio. Ora, nel 2016, l’operazione sequel si rinnova grazie ad Adam Wingard, regista che è riuscito a farsi apprezzare nel panorama horror recente con lavori quali You’re Next e The Guest.

Il film inizia con le ultime immagini di The Blair Witch Project: il respiro affannato, la capanna con impronte di mani sulle pareti e la strana figura girata di spalle. Dopodiché scopriamo di che si tratta: il fratello della protagonista di quella spedizione nei boschi vuole realizzare un documentario sulla scomparsa della sorella, tornando in quei boschi. A partecipare saranno – oltre a lui – la sua ragazza, una coppia di amici, e un’altra coppia di sconosciuti che si aggiunge all’ultimo momento e vive nella zona.

Di qui in poi il film ripercorre le tracce del capostipite: lo scetticismo iniziale del gruppo, gli scherzi, i racconti intorno al fuoco, la comparsa delle prime bambole vodoo, l’irruzione del soprannaturale. L’unica vera differenza è nel numero e nella qualità delle camere. Oltre a un drone, che fa in fretta una misera fine, ce ne sono talmente tante ovunque (alcune fisse, la maggior parte mobili, molte piccolissime), che il montaggio può attingere a infiniti punti di vista.

Come nel primo film, per i primi cinquanta minuti gli spaventi sono pochi e derivano più che altro da improvvisi scontri tra i ragazzi che si perdono di vista in mezzo alla vegetazione. Quando poi scende la notte, e soprattutto ci si avvicina alla casa della strega, le cose degenerano velocemente e la tensione sale.

Basato ancora una volta su suggestioni visive caotiche e sull’uso del fuori campo abbinato a un sonoro frastornante, questo nuovo Blair Witch è in un certo senso un passo indietro in termini di genere, visto che il POV ha negli ultimi anni cercato di trovare strade nuove per apparire sempre più spontaneo e meno artefatto (basti pensare ai film costruiti soltanto attraverso le immagini che passano attraverso desktop e laptop, come Unfriended o Open Windows).
Eppure tornare indietro, pur nei limiti dell’esercizio di stile, giova: si riguadagna un certo aspetto artigianale, una certa ingenuità – diremmo quasi vintage -, che rende il film accattivante proprio perché privo di pretese metalinguistiche. Per il resto i meccanismi sono quelli soliti del sequel: più scene raccapriccianti (ci sono perfino parassiti che si muovono sotto pelle), più tempo dentro la capanna degli orrori e la strega che, anche se velocemente e in secondo piano, finalmente si mostra.

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Mi piace
Lo stile artigianale e l’ingenuità vintage che rendono il film accattivante.

Non mi piace
Le solite regole del found footage e del sequel.

Consigliato a chi
È sempre stato un appassionato della leggenda della strega di Blair.

Voto: 3/5

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