Dopo la riuscita trasposizione del 2009, Lasciami entrare, del regista scandinavo Tomas Alfredson, arriva sul grande schermo l’adattamento americano del romanzo cult di John Ajvide Lindqvist, Blood Story diretto da Matt Reeves. Al centro della scena, che si sposta dalla periferia di Stoccolma a una cittadina del Nuovo Messico, ancora una volta l’amicizia tra una vampira eternamente dodicenne e un timidissimo ragazzino di periferia, vessato dai compagni di classe. La solitudine e l’angosciante senso d’impotenza che avevano impregnato il primo film, pervadono anche la versione made in Usa. I ritmi narrativi, però, vengono accelerati, concedendo maggiore spazio alla suspense e alle tinte horror, che tuttavia a volte lambiscono la soglia del caricaturale. La vampira Abby (un’intensa Chloë Moretz) ricorda in più di un’occasione la Regan de L’esorcista (che tra l’altro aveva la stessa età), dalla celebre “camminata da ragno” fino al trucco del viso (pustole comprese), senza dimenticare la “seconda voce” demoniaca. Rispetto al suo predecessore, Reeves d’altra parte adotta tre stratagemmi originali. A cominciare dalla scelta di iniziare con un flashforward che dona al poliziotto (Elias Koteas) e alla sua indagine su una misteriosa serie di omicidi “satanici” maggiore spessore, oltre a regalare all’intero film un adrenalinico accento thriller. Il regista, inoltre, si serve di evidenti richiami a La finestra sul cortile e alla soggettiva hitchcockiana, già recuperati e rimaneggiati in Cloverfield, per scandire i passaggi salienti attraverso lo sguardo spaventato e senza risorse del protagonista e rafforzare l’empatia dello spettatore: come il fotografo Jeffries di James Stewart, il piccolo e fragile Owen (il talentuoso Kodi Smit-McPhee, già visto in The Road) spia il vicinato. Peccato che questa volta l’assassino sia anche la sua ragazza e il suo unico punto di riferimento. E il perché lo sia, o meglio, lo diventi è quasi una logica conseguenza delle circostanze. Reeves, aiutato dalla scelta stilistica di rendere l’assenza dei genitori del ragazzo qualcosa di palpabile, passando da voci fuori campo a corpi fuori fuoco, crea sapientemente attorno a lui un vuoto umano incommensurabile e accentua contemporaneamente la violenza dei bulli della scuola. Così per Owen, in confronto alla sua realtà attuale, l’idea e la consapevolezza di divenire una sorta di schiavo della ragazzina vampira hanno un sapore decisamente più dolce, come quello delle caramelle alla frutta di cui va ghiotto. “Mangiane ancora un po’, tienine un po’ per dopo”…

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Mi piace
Dopo aver letto il romanzo di John Ajvide Lindqvist e visto il film di Tomas Alfredson, vi sembrerà comunque di assistere a qualcosa di nuovo. La coppia di “bambini prodigio” Chloë Moretz e Kodi Smit-McPhee funziona benissimo.

Non mi piace
Gli omaggi (voluti o no) mal riusciti a L’esorcista.

Consigliato a chi
Ha amato Lasciami entrare, in tutte le sue declinazioni, e vuole vederlo con altri occhi.

Voto 4/5

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